Case Rosse, di nuovo in aula il caso Basf: "Marino si esprima"

Un'interrogazione del consigliere Enrico Stefàno (M5S) porta il caso all'attenzione della nuova giunta. Si chiede una presa di posizione su delocalizzazione dell'impianto e controlli sulle emissioni

Il caso Basf torna in Campidoglio. L'inceneritore di via di Salone, oggetto da decenni di denunce cittadine, è al centro di un'interrogazione presentata dal consigliere 'a cinque stelle' Enrico Stefàno. Nel testo si ricapitola la vicenda alla nuova giunta, chiedendo una presa d'atto, e di posizione, su tre punti focali: delocalizzazione dell'impianto, utilizzo di tecnologie alternative e attività di monitoraggio delle emissioni. 
 
L'IMPIANTO- La Divisione Catalizzatori della Basf nasce nel 1956, tra via Salone e via delle Case Rosse. La Tiburtina Valley è ancora un deserto. Per oltre 50 anni la sede romana del più grande colosso chimico mondiale brucia agenti chimici 'esausti' per ricavare metalli preziosi ed eliminare scarti. Il risultato è un fumo perenne che si innalza dai camini e che i residenti del quartiere sono costretti a respirare. Sì perché a pochi metri dalla fabbrica, se prima c'era il nulla, oggi abbiamo un asilo nido e un fitto anello di case abitate. I fumi sono nocivi? Il grado di pericolosità dei materiali smaltiti non è chiaro, ma qualche dato esiste. 

I DATI - I Comitati di Quartiere (Settecamini e Case Rosse) portano sul piatto delle tante denunce un'analisi del Dipartimento di Epidemiologia della ASL RME, datata 16 Settembre 2003. Analisi che evidenzierebbe una mortalità per tutti i tumori, nella popolazione maschile di Case Rosse e Settecamini dal 1987 al 2001, del 30% in più della media di Roma. Tra i dati, il Direttore del dipartimento indica la maggiore preoccupazione per la mortalità per linfomi non Hodgkin superiore del 188%. 

A SUON DI A.I.A.- Eppure la Basf, ex Engelhard statunitense, lavora a pieno ritmo da decenni, aiutata dalle mille proroghe concesse un pò da tutti. Autorizzazioni "provvisorie" dai primi anni '90 (la prima è del 1993) che permettono di smaltire i catalizzatori 'esausti', definiti tossici già nel decennio precedente da due decreti del Presidente della Repubblica. Dal 1993 al 30 dicembre 2011, data dell'ultima Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.) rilasciata dall'allora presidente della Provincia, Nicola Zingaretti, e valida per 6 anni. Nel mezzo promesse di veltroniana memoria che annunciavano accordi e delocalizzazioni mai avvenute. 

Un triste finale per tutti i comitati cittadini che da anni mantengono alta l'attenzione sul tema diffondendo documenti a riguardo, altrimenti sconosciuti, e pressando su due fronti: spostamento dell'impianto o, in alternativa, sua sostituzione con l'“AquaCritox/AquaCat", una tecnologia di smaltimento che permetterebbe di azzerare le emissioni in atmosfera e le acque reflue di lavaggio dei fumi che vengono attualmente versate nell’Aniene, già sperimentata in altre parti del mondo e ampiamente documentata sul sito dei comitati (http://www.sitotiburtina.altervista.org). 

TECNOLOGIE PULITE - Proprio su questo punto l'ultima beffa. O almeno così è stata interpretata dai più. Il 16 ottobre 2009 a rilasciare parere favorevole a una delle tante AIA provvisorie - nonostante il 'no' della Asl qualche mese prima - è stato il Sindaco Alemanno. Il permesso, limitato a 18 mesi più 6, era condizionato, come promise l'allora sindaco, all’esito della sperimentazione della nuova tecnologia a emissioni zero, denominata appunto “AquaCritox/AquaCat”. In caso di esito negativo, l'ex primo cittadino avrebbe istituito un tavolo di trattativa per la delocalizzazione dell’inceneritore. Sì, ma quel parere chi doveva emetterlo? La stessa Basf? Insomma, c'è chi ha visto nella mossa di Alemanno un escamotage troppo facile da aggirare. Un semplice parere negativo dello stesso colosso internazionale che avrebbe reso vano il tutto. E comunque non c'è stata alcuna sperimentazione.

CONTROLLI SULLE EMISSIONI - Nel frattempo, sempre in quel parere del 2009, sono stati prescritti controlli sulla qualità dell’aria all’esterno dello stabilimento da parte dell’Istituto Superiore di Sanità. Dei quali però, come denunciato dai cittadini, non sembra esserci traccia. Controlli che invece sono partiti con certezza dopo quell'AIA ottenuta il 30 dicembre 2011. Dopo, non prima. Altro punto su cui i comitati vogliono chiarezza e su cui la polemica non si è mai placata. Come è possibile che se l'AIA in quanto tale è subordinata ai suddetti controlli questi partano dopo che l'autorizzazione è stata già concessa? 

"Non sappiamo esattamente quando siano cominciati i controlli all’esterno dello stabilimento della BASF che la Provincia di Roma ha convenzionato con l’Istituto Superiore di Sanità - si legge tra gli ultimi post sul sito del comitato - forse a ottobre 2012? o a gennaio 2013? Né sappiamo dove, quando né per quanto tempo sono state attivate le centraline di rilevamento. Sappiamo invece che, fino al 31 Maggio 2013, nessuna centralina è stata posizionata a meno di 500 metri dall’inceneritore. Solo il 31 maggio scorso è comparsa una centralina ad una distanza di circa 400 metri dall’inceneritore". 

Insomma, la crociata continua. E con un nuovo interlocutore. A quando un accordo con la basf per spostare almeno l’inceneritore? E la prescrizione di tecnologie pulite con piani di controllo che siano chiari, trasparenti e partecipati dai cittadini? Alla giunta Marino l'ardua sentenza. 

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Commenti (1)

  • Già il 1 giugno 2012 DARIO ROSSIN (ora FdI) e STORACE avevano presentato una serie di interrogazioni sull'inceneritore. Nel testo dell'ultima si chiede al sindaco e all'assessore all'Ambiente quali provvedimenti si intendano attuare per contrastare una situazione diventata ormai insostenibile. Da tempo, infatti, i cittadini lamentano gli sgradevoli odori e i disagi generati dal centro di lavorazione dei rifiuti, che si espandono su un territorio ad alta densità abitativa, nonostante le valutazioni dell'Arpa rispetto alla presenza di un parametro fuori norma sulla produzione di ecoballe». A renderlo noto sono i consiglieri del gruppo La Destra in Aula Giulio Cesare Francesco Storace, Dario Rossin e Pierluigi Fioretti. «Poche settimane fa - spiegano i tre consiglieri - il presidente dell'Ama Piergiorgio Benvenuti ha dichiarato che il problema dei miasmi derivato dall'impianto di trattamento dei rifiuti Ama di via Salaria è risolto, in contrasto con quanto emerso invece dalla riunione del 22 maggio con il Comitato di quartiere Villa Spada. In accordo con Roma Capitale, la società ha speso per l'ammodernamento dell'impianto di via Salaria circa 1,3 milioni di euro, e si è in attesa dei risultati tossicologici svolti annualmente dall'istituto Mario Negri». Alla luce di quanto descritto, il gruppo consiliare de La Destra chiede «di conoscere le misure che l'amministrazione intende adottare al fine di risolvere il problema del centro Ama e se si intenda prendere in considerazione il delocalizzazione dell'impianto, al fine di risolvere una problematica che suscita molte preoccupazioni nella cittadinanza». Il tema degli impianti di trattamento biologico-meccanico è stato peraltro sollevato dalla Commissione dell'Unione europea nell'ammonizione inviata all'Italia proprio per Malagrotta e l'insufficienza degli impianti Tmb.

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