Gli errori di Roberto Giachetti: ecco perché il Pd poteva perdere meglio

Difficile vincere: la situazione era quella che era, il Pd quello che è, ma il vice presidente della Camera ci ha messo del suo. Ecco perché si poteva perdere meglio e magari aiutare a salvare qualche altro municipio

Foto di Andrea Ronchini

 "Vorrei che fosse chiaro che questa sconfitta mi appartiene. Ho chiesto di avere le mani libere per tutta la campagna elettorale e l'ho ottenuto". E' da poco passata  la mezzanotte quando Roberto Giachetti compare davanti ai microfoni dei giornalisti ammettendo la sconfitta e assumendo su di sè le responsabilità. Una sconfitta  pesante e netta nei numeri e che, nella narrazione giustificazionista del Pd, poteva essere anche peggiore. La situazione era infatti quella di un partito al collasso, dilaniato da Mafia Capitale e squassato dalla cacciata di Marino. In questo quadro Giachetti è parso a tutti la vittima sacrificale. Lui stesso, troppo spesso, si è mostrato come rassegnato a perdere. Così ieri all'ex Dogana sono in tanti ad averlo visto quasi sollevato, alleggerito dalla fine di un incubo. 

Ma davvero non si poteva fare di più? La sconfitta di Fassino a Torino, l'impietoso distacco dalla Raggi e la situazione di partenza del centrosinistra sembrano suggerire questo. Tuttavia vanno sottolineati una serie di errori che avrebbero potuto, quantomeno, limitare la sconfitta e forse aiutare a perdere qualche municipio in meno. Abbiamo quindi provato a riassumere le colpe di Roberto Giachetti in questa devastante sconfitta del Partito democratico.

CANDIDATO DI RENZI - Giachetti da subito è stato narrato da tutti come il candidato renziano. Piccolo passo indietro: l'ex radicale, vice presidente della Camera, oltre un anno fa aveva dichiarato, in una puntata di Un Giorno da Pecora, di non sentirsi all'altezza di fare il sindaco di Roma. Non era quindi nei suoi progetti candidarsi. La storia vuole che sia stato il pressing di Renzi a fiaccarlo. Lui stesso ha detto che alla Leopolda, a sua insaputa, si è ritrovato il Campidoglio alle spalle. Il Premier aveva deciso per lui. A gennaio la discesa in campo, con il video girato sul Gianicolo. Da allora è stato tutto un dimenarsi per togliersi l'etichetta del renziano: "Decido da solo", "sono autonomo", "ho litigato con Renzi per l'Italicum" etc etc. Alla fine l'etichetta è rimasta e in una città che ha visto il proprio sindaco dimissionato proprio da Renzi non è stato un bel biglietto da visita. Di più: in un momento difficile per il Rottamatore, a livello di immagine, il Premier non era assolutamente una carta spendere, anzi.

STAFF RISTRETTO - L'ex radicale ha rivendicato l'autonomia rispetto al partito, la libertà nello scegliere lo staff e i modi con cui portare avanti la campagna. Ha creato una sorta di cerchio magico (da qualcuno ribattezzato ironicamente tragico), e la scelta è stata vista come un problema da tanti democratici. In particolare Luciano Nobili e altri turborenziani gli hanno fatto da scudo, rendendolo impermeabile alle altre anime democratiche. Lui, il candidato sindaco, ha rivendicato questa cosa come un vanto. E' stato però un limite, prefigurando quella che tanti dem hanno vissuto come una candidatura respingente. Ha fatto poi storcere la bocca la dimensione ridotta dello staff. Racconta un politico che ha sostenuto la candidatura di Giachetti: "Sono rimasto sorpreso nel vedere appena due persone a curargli l'ufficio stampa. E' un lavoro mastondotico dove si lavora dalle 6 del mattino alle 2 di notte. Avrebbero dovuto essere almeno una decina".

POCO COINVOLGIMENTO DEI PRESIDENTI DI MUNICIPIO - La presenza e il radicamento sul territorio dei presidenti di municipio erano il punto forte da sfruttare. Era qui che andava segnata una discontinuità rispetto al passato di un sindaco, Marino, molto poco presente nelle periferie. Tanti candidati sui territori hanno invece lamentato la scarsa presenza di Giachetti e il poco coinvolgimento dal comitato centrale. Al primo turno a pagare questa frattura è stato soprattutto Giachetti ovunque abbondamente sotto, come numero di voti, al candidato presidente. Un maggior coordinamento avrebbe sicuramente potuto giovare alle cause di entrambi. Al secondo turno poi si è perseverato nell'errore.

TEMI - Olimpiadi e Stadio, in maniera martellante, quando a mancare erano i voti della periferia. Due settimane passate a parlare più ai poteri forti che ai cittadini nei municipi, sono la rappresentazione plastica di uno scollamento tra i territori e la war room dello scalo di San Lorenzo che metaforicamente rappresentava il divario tra il palazzo e i cittadini.

INDOLENZA - C'è poi un aspetto caratteriale. Da tutti Giachetti viene descritto come un "gentiluomo" poco avvezzo allo scontro e molto alla collaborazione e all'ascolto. L'amicizia con la Meloni in questo senso è un esempio perfetto: era la sua rivale per il ballottaggio ma non c'è mai stato uno screzio, un corpo a corpo. Questo suo modo di fare è stato da tutti percepito come segno di indolenza, di scarso coinvolgimento nella causa. Così, mentre forse per recuperare qualche voto alla Raggi sarebbe stato opportuno alzare la voce, Giachetti ha abbassato i toni. Il "ma che stamo a fa" del famoso video virale ben descrive questo stato d'animo che, se in uno spot puo' essere percepito come simpatico, mescolato agli altri aspetti delinea l'immagine di un candidato che non vede l'ora che la campagna elettorale finisca. 

ALLEANZE - Come detto all'inizio nel delineare questi errori non stiamo dicendo che Giachetti, facendo al contrario, avrebbe vinto. Non avrebbe vinto neanche provando a ricucire con la Sinistra, però anche qui il limitarsi alle mere dichiarazioni stampa, senza cercare incontri o accordi, si è trasformato in un impegno di facciata. Alla fine i voti della Sinistra erano pochi certo, ma soprattutto nei municipi avrebbero compattato il quadro, riuscendo magari a limitare la batosta.

Di più e meglio insomma si poteva fare, anche e soprattutto perché Giachetti è sicuramente qualcosa di meglio di una vittima sacrificale. 

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