Elezioni Roma, Pd ai minimi termini: Matteo Orfini paga per tutti?

Il commissario del partito romano e presidente di quello nazionale finisce sul banco degli imputati. Ecco tutti gli errori commessi in questi mesi

Foto Andrea Ronchini

"C'è poco da dire, ci hanno asfaltati". Facce scure, mani nei capelli e poca voglia di commentare. Chi parla usa parole amare, si sfoga senza metterci la faccia e accusa. Sul banco degli imputati, da mesi, c'è lui Matteo Orfini, commissario scelto da Matteo Renzi per provare a rimettere insieme i cocci di un partito dilaniato da Mafia Capitale. "Ho preso il partito al 10%, abbiamo fatto un mezzo miracolo", va ripetendo da mesi. Un sondaggio, generico, agitato per provare ad arginare il peso di una sconfitta che già al primo turno appariva netta. Il tentativo di rimonta e il secondo turno alle porte hanno però tenuto tutti uniti, almeno in facciata. 

Dietro le quinte i mal di pancia nei confronti del commissario erano noti a tutti, a cominciare da quelli dei presidenti dei municipi. "Ci hanno abbandonati, ci hanno dato due lire per fare campagna elettorale e ci hanno lasciato a prendere schiaffi", è il refrain di tanti candidati minisindaco. "Abbiamo fatto proposte, volevamo la discesa in campo di big nazionale, chiesto impegni precisi. Niente. Il risultato del primo turno è stato una sveglia". Solo allora il partito si è accorto che, lontano dal Nazareno, "Houston aveva un problema". 

Persino Orfini, racconta più di un candidato presidente, ci ha chiesto scusa. Il secondo turno e la "piallata" presa sono la diretta conseguenza dell'abbandono: i candidati Pd che raccolgono le briciole, aumentano di poco i voti del primo turno, mentre i pentastallati raddoppiano praticamente ovunque. Si salvano, con affanno, Alfonsi e Del Bello. Per il resto è un bagno di sangue e in un solo colpo un'intera generazione di amministratori dem della Capitale finisce cancellata. E se il ballottaggio incombente aveva tenuto le proteste nel recinto, oggi tutti sono pronti a chiedere la testa di Orfini. 

Che la gestione del giovane turco sia stata un fallimento lo raccontano, più di altri, due dati, quelli di due territori dove più di altri Orfini ci ha messo la faccia e i suoi uomini: Ostia e Tor Bella Monaca. Nel X municipio, commissariato per Mafia, Orfini ha prima difeso il presidente Tassone, poi l'ha scaricato prima del suo arresto nell'ambito della seconda ondata di Mafia Capitale. Nel frattempo ha scatenato Stefano Esposito che sul municipio ha fatto il bello e il cattivo tempo. Il risultato? Si è votato solo per il Comune, perché nel frattempo il municipio è finito commissariato per Mafia. Al ballottaggio la Raggi ha raccolto il 76,12% e al primo turno il Pd si è fermato al 13,84%, ai minimi storici nel municipio, con il Movimento Cinque Stelle ben sopra quota 40.

A Tor Bella Monaca invece Orfini ha, nell'ultimo anno, sguinzagliato Gennaro Migliore ed ha ingaggiato un braccio di ferro contro il presidente Marco Scipioni. "Devi dimetterti", il diktat. Scipioni disattende e lui, facendo passare mesi, lo caccia dal partito. Il risultato? Dario Nanni, candidato presidente uscito dalle primarie, non supera il primo turno e il Pd si attesta poco sopra l'11%. 

A Orfini viene contestata anche la gestione della cacciata di Marino, utile nel post Mafia Capitale, da cacciare una volta diventato indifendibile. In mezzo il sogno dell'ex delfino di D'Alema di prendersi Roma e il partito, con una tela tessuta, in lungo e in largo, in tutti i municipi. Così, a luglio 2015, era stato lui a prendersi la responsabilità di tenere in vita Marino, imponendo alcuni suoi uomini in giunta. Obiettivo? Completare l'opera e rafforzare la sua corrente nei gangli del partito romano. Orfini però non aveva fatto i conti con l'indole da gaffeur del chirurgo, sempre pronto agli scivoloni. Troppi quelli inanellati tra fine estate e inizio autunno. Renzi ha così dato l'ordine di cacciare il sindaco. E Orfini? Ha eseguito, finendo però travolto dalla resistenza di Marino. Per mandarlo via e salvare la faccia arrivano le firme dal notaio e uno strascico di polemiche che proseguono ancora oggi. 

Altra accusa è quella di non essersi opposto alla rottura con Sinistra Italiana, anzi di averla agevolata. E ancora la gestione fallimentare delle primarie, con una partecipazione più che dimezzata e un'affluenza gonfiata con oltre tremila schede bianche poi ritirate. 

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Ed ora? Orfini ancora non  ha parlato. Il suo mandato da commissario scadrà a ottobre. Nella sua testa aveva già pronto l'uomo da presentare al congresso per guidare il partito. La batosta della sua corrente, a Roma come nel resto d'Italia, ne ridimensiona le ambizioni e forse il suo mandato da commissario ha solo le ore contate. 
 

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