Baroncelli: "Se Berdini ferma lo stadio, Roma perderà il più importante investimento mai avuto"

Tra vecchi, nuovi e possibili assessori mai come in queste settimane si sono alternate sui giornali diverse visioni di città. Romatoday ha intervistato Lorenza Baroncelli che Giachetti avrebbe voluto come assessore. Che Roma ci siamo persi con la sua sconfitta?

Foto Facebook Lorenza Baroncelli

Giovanni Caudo, Paolo Berdini, Lorenza Baroncelli. Mai come in queste settimane l'Urbanistica è diventata materia di dibattito. Tra vecchi, nuovi e possibili assessori, si sono alternate sui giornali diverse visioni di città, con dibattiti sulle opere e più in generale sulla visione di Roma. In questo dibattito si è inserito un altro architetto, Antonello Sotgia, che nel blog su RomaToday ha commentato le posizioni di Berdini e Baroncelli legando la scelta elettorale dei romani anche alle posizioni sulla città espresse dai due assessore in pectore. Una critica a Lorenza Barocelli che, dopo le precisazioni, ha rilasciato a RomaToday un'intervista. Che Roma ci siamo persi con la sua sconfitta? Abbiamo provato a capirlo. 

Al di là di come sono andate le elezioni, sarebbe stata disponibile a fare l’assessore all’urbanistica a Roma. Quale parte della sfida l’ha convinta?

Io sono Assessore alla Rigenerazione Urbana di Mantova. Mantova ha la dimensione giusta per diventare un modello italiano di buon governo del territorio: il Sindaco Mattia Palazzi ha una guida molto determinata, ma essendo giovane ha anche il giusto coraggio per sperimentare progetti visionari, la giunta è coesa, la maggioranza stabile. Accettare la proposta di Roberto Giachetti è stata una scelta difficile. Due ragioni mi hanno spinto a dare la mia disponibilità: la mia storia e la storia di Giachetti.

Ci può spiegare?

Roma è la città dove sono nata, dove ho studiato, dove ho iniziato la mia carriera professionale. Nei dieci anni in cui ho lavorato in giro per il mondo, a Milano, Londra, Tirana, San Paolo, Bogotà, Shanghai, ho avuto la possibilità di fare esperienze professionali di livello internazionale. Noi italiani siamo i più ricercati all’estero. In questi dieci anni, però, ho sempre portato nella valigia quel pizzico di rammarico per non aver potuto mettere la mia conoscenza a servizio della mia città. Non accettare la sfida di tornare a Roma sarebbe significato tradire la mia identità, le mie radici.

E la storia di Giachetti?

Un assessore è una carica fiduciaria: il sindaco che si spoglia di alcune sue responsabilità e le delega a una persona che reputa competente. Il rapporto tra sindaco e assessore è fondamentale per garantire un sano modo di governare. Senza contare che fare l’assessore all’urbanistica a Roma significa anche assumere delle decisioni che ti espongono legalmente e politicamente. Io mi fido totalmente della coerenza, onestà e competenza di Roberto Giachetti e condivido la sua visione sul futuro di Roma. Ero cosciente che sarebbe stato l’unico sindaco capace di cambiare il destino di questa città, farlo con determinazione ed esperienza, nel rispetto dei romani e della legge. Non mi sarei mai messa nelle mani di Virginia Raggi, che non ha un passato, che non ha esperienza e che non è riuscita a spiegare, in mesi di campagna elettorale, la sua visione di città. Ti immagini? Diventi assessore, assumi una decisione politica, poi arriva Grillo, decide che te ne devi andare, ti manda una mail e rimani da solo dovendo pagare 150.000€ alla Casaleggio Associati? Non si governa così.

In una precedente intervista ha dichiarato: "Rappresento un modo nuovo di governare il territorio". Per spiegarlo ai lettori, per lei cosa rappresenta il vecchio e cosa il nuovo modo di governare il territorio?

Come spiegavo in quell'intervista il modo di governare il territorio, e quindi di fare urbanistica, è cambiato a partire dalla crisi economica. Ovviamente è stato un processo graduale che oggi però si manifesta nel pieno delle differenze. Prima era l’era industriale. Era l’era delle certezze, del lavoro a tempo indeterminato, della famiglia composta da padre, madre e due figli e degli appartamenti con il corridoio che divide la zona giorno dalla zona notte. Era l’era della ricostruzione dei centri storici, dell’espansione delle periferie, del cemento, delle percentuali e dei piani urbanistici. Oggi non è più cosi. 

Com'è oggi?

Non si costruisce più come prima ed è necessario intervenire sul patrimonio edilizio esistente.  Le risorse economiche che provenivano dal mercato edilizio e garantivano una autonomia economica delle città, oggi provengono dalle Regioni, dal Governo, dalla Comunità Europea e dai fondi strutturali. I cambiamenti climatici rendono inevitabile l’utilizzo di materiali sostenibili.  Le ondate migratorie ci impongono di rendere più sicure le nostre periferie. La tecnologia, i social network, il modo in cui ci spostiamo in Europa, rendono gli standard una percentuale non sufficiente ad incentivare nuove forme di socialità e di città pubblica. Oggi, è il momento di ripensare il modo di governare il territorio partendo dal presupposto che non è più sufficiente fare urbanistica, ma attraverso di essa bisogna occuparsi di cultura, sicurezza, welfare, innovazione, educazione. Ed è per questo che Roberto Giachetti aveva scelto di chiamarla rigenerazione urbana e non urbanistica.

Paolo Berdini, che dovrebbe diventare assessore nella giunta del Movimento cinque stelle, ha affermato in un’intervista che secondo lui il peggior sindaco sul tema è stato Veltroni. L'ex primo cittadino, insieme a Rutelli, rappresentano una precisa stagione per Roma. Lei cosa ne pensa?

Credo che la politica si debba misurare sui risultati, sull’eredità che lascia. E se pensiamo al piano urbano di recupero di Flaminio, al recupero del Villaggio Olimpico, al Maxxi, all’Auditorium, al Ponte della Scienza, alla rinascita dell'Ex-Mattatoio, alla Città dell'altra Economia, il Macro, all’Ara Pacis, alla Casa del Jazz, la Casa dell’Architettura, solo per citare le più eclatanti, ci renderemo conto che Veltroni e Rutelli hanno fatto un lavoro straordinario per Roma.

Giachetti, così come altri candidati, ha puntato molto sulla rigenerazione urbana. In realtà, senza approfondire, può voler dire tutto e niente. La rigenerazione urbana può sconvolgere l’abitare in una città tanto quanto un nuovo quartiere. Come muoversi?

L’uso della parola “sconvolgere” è scorretto perché attribuisce un'accezione negativa al cambiamento. Cambiare è un atteggiamento sano. Come dicevamo prima, una città si trasforma, l’economia si modifica, i cittadini cambiano quartiere, la politica assume diverse forme di governo. I materiali si deperiscono, la tecnologia migliora.  Cosa facciamo? Non sostituiamo le luci con i led (che consumano meno ed illuminano meglio) perché altrimenti “sconvolgiamo l’abitare”?  Cambiare non è solo sano, è necessario. La questione è saperlo fare bene.

Mettiamola così. Le regole del mercato immobiliare dettano troppo spesso legge nell’abitare una città. Rigenerare o riqualificare parti di tessuto cittadino già costruito con regole che favoriscono gli investimenti privati spesso ha come conseguenza l’allontanamento degli abitanti originari semplicemente perché il costo della vita aumenta troppo. C’è un modo per difendersi? 

La “gentrificazione”, ossia l’insieme dei cambiamenti fisici e sociali di un’area urbana che determina l’allontanamento delle classi meno abbienti a favore delle classi benestanti è stato un fenomeno specifico degli anni ’80 legato al processo di deindustrializzazione delle città. Ciò nonostante, è un fenomeno che continua e continuerà ad accadere, ma in forme diverse da come lo abbiamo vissuto nel passato. C’è invece un elemento di cui non si discute mai ma che è fondamentale considerare nelle valutazioni riguardo alla necessita di rigenerare il tessuto cittadino: la durabilità del calcestruzzo armato.

Cioè?

Il cemento non è eterno come la pietra. Gli inerti che fanno da collante, in piccole percentuali, lasciano penetrare l’acqua determinando un lento deterioramento dell’acciaio contenuto all’interno. La durata di un edificio dipende da diversi fattori: dalla qualità dei materiali con cui è stato costruito, da come viene mantenuto, etc. I primi edifici a mostrarci in maniera evidente il fenomeno di deterioramento del calcestruzzo sono stati i Microryon russi. Una cosa è certa: il nostri palazzi non sono eterni. E' necessario incentivare una massiccia operazione di rigenerazione di parti del tessuto della città per evitare disastri che metterebbero a rischio la vita dei cittadini.

La natura e l’impatto degli investimenti privati nella città pubblica sono uno dei nodi più difficili da governare per un amministratore. Come va impostato, secondo lei, il rapporto con gli investitori privati?

Esistono diversi modi. Per molti anni, gli investitori privati hanno costruito gli edifici senza completare le strade, i servizi, le biblioteche. La città privata ha prevalso sulla città pubblica. Il completamento delle opere incompiute è il primo, urgente, strumento per ristabilire un rapporto sano tra l'interesse dei cittadini e quello dei costruttori. Ma è anche importante portare a termine il processo di decentramento e rafforzare il ruolo dei Municipi per dare la possibilità ai cittadini di  monitorare il lavoro dell’amministrazione e pretendere risposte certe alle promesse fatte. E' quindi necessario dotare i Municipi di maggiori poteri esecutivi, risorse economiche e competenze tecniche. Inoltre, è necessario attirare investimenti stranieri con progetti innovativi, di qualità, come accade nelle altre città europee. Questo si può fare con regole certe e competitive in linea con le normative europee, semplificando le procedure relative ai cambi di destinazione d’uso e alle altre autorizzazioni amministrative. Solo se aumenta la competizione tra i costruttori l’amministrazione recupera un ruolo centrale nel processo di negoziazione tra gli stakeholder economici, culturali e sociali e le necessità pubbliche, basate sul principio di bene comune. È necessario infine, che l’amministrazione pubblica attiri nuove risorse economiche impegnandosi attivamente nella partecipazione ai bandi europei, nazionali e regionali attraverso l’istituzione di un ufficio progetti.

Prendiamo per esempio lo Stadio della Roma e i vicini grattacieli, lei è d’accordo con la definizione di pubblico interesse? Le opere pubbliche più importanti, come il prolungamento della metro, sono di servizio alle costruzioni, servono alla città ma solo in relazione a quell’intervento urbanistico. 

Berdini, affermando che farà di tutto per bloccare la costruzione dello Stadio della Roma, non solo priverà la città del più importante investimento privato mai avuto a Roma con un ritorno in termini di opere pubbliche del 30% rispetto al valore del progetto, ma espone la città a decine di milioni di multa. Come ho già ribadito più volte, le città hanno bisogno di risorse da investire nella città pubblica, per risolvere e completare delle aree lasciate in sospeso negli anni, per migliorarne la viabilità, gli spazi pubblici, i servizi, il verde, etc. Se queste risorse non vengono reperite, saranno i cittadini, attraverso le tasse, a dover finanziare la città pubblica. Il fatto che la realizzazione delle opere private sia successiva al completamento delle opere pubbliche, come voluto da Giovanni Caudo per il progetto dello Stadio della Roma, è una garanzia importante per i romani. E' necessario, inoltre, che il tempo di costruzione e completamento della città, siano più brevi ma soprattutto certi. Non è più possibile approvare oggi dei piani che verranno realizzati tra dieci anni. La definizione di interesse pubblico va nella direzione di accelerare il processo di miglioramento della città.

Lei ha affermato in un'altra intervista che gli standard urbanistici sono superati. Come modificarli?

Gli standard sono materia di legislazione nazionale, quindi per modificarli sarebbe necessaria una revisione della legge urbanistica del 1942. Io ho affermato che gli standard sono l’esempio perfetto per raccontare l’evoluzione degli strumenti urbanistici, e quindi delle nostre città, dal dopoguerra ad oggi. Gli standard nascono nell’Aprile del 1968, sull’ondata dei movimenti studenteschi, come emblema del diritto di uguaglianza tra i cittadini. L’obbiettivo era quello di tradurre in legge un principio politico. Negli anni, però, di fatto mai realizzati né monetizzati, si sono dimostrati una risorsa per gli investitori privati a scapito della città pubblica. Oggi è necessario interrogarsi su due profondi cambiamenti della società e verificare se gli standard rappresentano ancora uno strumento di garanzia per i cittadini. 

Secondo lei com'è la situazione?

Dal ’68 ad oggi, il modo in cui i cittadini hanno vissuto lo spazio pubblico si è profondamente modificato e continuerà a cambiare. La tecnologia, internet, i social network, la facilità con cui ci spostiamo in Europa, hanno profondamente modificato le nostre abitudini. Ma non solo, si sono affacciati nuovi tipi di sport, l’istruzione sta diventando qualcosa che non può essere limitata ai primi anni di sviluppo di un individuo ma sempre più è necessario diventi permanente, costruiamo “boschi verticali” e tetti giardino, cambiano i mezzi di trasporto. Gli standard oggi, inoltre, non sono più qualcosa a supporto dell’espansione della città ma devono diventare lo strumento per migliorare e rigenerare il tessuto esistente. La domanda deve essere quindi se 9 mq/ab di “verde regolato”, 2,5 mq/ab di “parcheggi”, 4,5 mq/ab per l’istruzione e 2 mq/ab per “attrezzature di interesse comune” sono sufficienti a rappresentare ciò di cui i cittadini hanno bisogno o se è necessario riadattarli per rappresentare la società del 21° secolo.
 

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