Disabili gravi senza assistenza, il caso irrompe in campagna elettorale: 50mila firme sul tavolo di Zingaretti

La storia di un ragazzo di 30 anni, cacciato dal centro diurno a cui aveva diritto. E la protesta della madre per "tutti i Mario di Roma e del Lazio"

Il flash mob sotto casa di Mario

Oltre 50mila firme raccolte con change.org e portate in Regione in scatoloni stipati nel bagagliaio dell'auto, un flashmob sotto casa con amici e sostenitori, e una sacrosanta richiesta a chi governa: il diritto alla salute per tutti, anche per Mario, 30 anni, disabile grave, cacciato via da una struttura assistenziale finanziata con fondi pubblici. La madre, Elena Improta, incontrerà questa mattina l'assessore al Sociale Rita Visini, dopo settimane di lotta tra scioperi della fame e campagne on line per diffondere la storia sua e dei "tanti Mario di Roma e Lazio". Con lei conoscenti, amici stretti, genitori che sopportano da anni carenze e rimpalli di Asl e Regione, riuniti questa mattina davanti alla palazzina dove abita Elena, in via di Tor Fiorenza, quartiere Salario. Sono partiti da lì con la macchina, diretti alla Pisana per trasferire la petizione sul tavolo del governatore uscente Nicola Zingaretti. 

"Mio figlio è agli arresti domiciliari, assistito da operatori che siamo costretti a pagare di tasca nostra. Dopo essere stato cacciato dal Don Orione (centro alla Camilluccia, ndr) è a casa a nostro carico, e ha perso il diritto alla cura e al sostegno economico". Per accedere al centro diurno Mario aveva aspettato sette anni di lista d'attesa. Perché è stato allontanato? La struttura, in mail inviate alla famiglia che RomaToday ha potuto visionare, si giustifica parlando di "mancanza di fiducia nei confronti del centro", di atteggiamenti che "minano il rapporto terapeutico" e di "obiettivi del progetto riabilitativo che non possono essere raggiunti". Ma la verità di Elena è un'altra. "Mio figlio fa parte dei disabili gravi ad alto carico assistenziale, situazioni complesse che i centri spesso mettono alla porta, essendo in loro potere decidere chi può o non può accedere"

Già, perché - come più volte denunciato da RomaToday - il problema è a monte, nella legge 833/78 che regolamenta il funzionamento dei centri diurni, strutture che gravano sul bilancio della sanità pubblica, pensate per fornire piani riabilitativi individuali con la partecipazione di tre attori: famiglie, Asl e municipi. Dovrebbero ospitare durante il giorno i ragazzi che hanno terminato le scuole, ma che non sono in grado di strutturare in maniera autonoma un proprio percorso di vita. Le convenzioni in atto con la Regione, 90 nel Lazio, 72 a Roma, prevedono il sistema dell'accreditamento, tenuto in piedi con circa 190 milioni di euro l'anno, due milioni e cento mila in media a struttura. 

Gli enti, molti di natura religiosa, possono aggiudicarsi la prestazione presentando un progetto agli uffici preposti, ma decidendo autonomamente i criteri di accesso agli spazi e la permanenza in essi. Ecco il problema. Le Asl valutano il grado di disabilità, ma sono i gestori a scegliere chi entra e chi no. E la preferenza va ai cosiddetti casi "medio lievi", quelli più autonomi che permettono un rapporto inferiore tra assistenti e assistiti. In altre parole, i più semplici da gestire e di conseguenza anche i meno cari. Chi resta fuori, resta a casa senza alternative. Come successo a Mario, che dopo un breve periodo di accoglienza è finito alla porta.

Da Asl e istituzioni nessuna risposta nonostante anni di proteste di associazioni per disabili e genitori. Ma la battaglia di Elena e "di tutte le Elena di Roma e del Lazio" procede incessante. "Voglio risposte reali, non mi bastano più le promesse. Il diritto all'assistenza deve essere garantito, mentre c'è chi ha rinunciato ormai a rivendicarlo. E' anche per loro che sto protestando". E se la richiesta principale riguarda la modifica del sistema di accreditamento dei centri diurni, esistono sul piatto altre strade percorribili. "Ho assemblato un'ipotesi di progetto per la realizzazione di un centro socio-educativo nel municipio 2, aperto ai giovani adulti, eventualmente da replicare anche su altri territori del comune di Roma. Ho preso contatti con le coop del municipio per chiedere loro collaborazione e condivisione per trovare soluzioni sostenibili". Si attendono cenni dalla Regione.

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