Coronavirus, nelle baraccopoli in sette in 20 metri quadri e senza più lavoro: "A rischio bambini e anziani"

Ghetti ancora più ghetti con container dove vivono 6, 7 persone, alcune senza acqua potabile, tutte ormai senza lavoro. L'appello della 21 luglio a Raggi e al Prefetto

Immagine d'archivio

"Io resto a casa? No. Tu resti a casa - commenta uno degli abitanti - Io resto nel campo. Sta qui tutta la differenza!". Già, chi può resta a casa, chi una vera casa non ce l'ha invece rimane dove può. Ai rom delle baraccopoli romane, come ogni giorno, toccano roulotte e container. Ma non ci sono operatori sanitari a informarli sul coronavirus, mantenere le distanze gli uni dagli altri è quasi impossibile, e se dovessero registrarsi casi di contagio, toccherebbe imporre con ogni probabilità una "quarantena" per campi interi.

Cosa sta succedendo nei 15 villaggi rom della Capitale mentre la città è bloccata dal covid-19? L'associazione 21 luglio ha cercato di fotografare la situazione attuale intervistando - tra il 14 e il 17 marzo - via telefono gli abitanti, 24 soggetti in totale (su circa 2200) dei campi di via Cesare Lombroso, via Luigi Candoni, via dei Gordiani, Castel Romano, via di Salone. 

In sette in 20 metri quadrati

Qui l'isolamento rispetto al tessuto sociale circostante già esiste. Parliamo di centinaia di persone recluse in spazi angusti e già lontani dai quartieri limitrofi. All'interno però, in una singola unità abitativa, container da 20 metri quadrati, vivono anche 6,7 persone. 

Senza informazioni nè aiuti sanitari

In nessuna baraccopoli è stata segnalata la presenza di operatori sanitari disponibili a distribuire dispositivi di prevenzione o a illustrare le misure atte a prevenire il contagio. "Seguiamo le indicazioni della tv - racconta uno degli intervistati del campo Lombroso - mi sono fatto un foulard e mi metto quello per fare la spesa. Ho comprato i guanti, ma i ragazzini me li hanno buttati". Senza contare le pessime condizioni igieniche di molti campi. A Salone la disponibilità di acqua corrente è scarsa, a Castel Romano c'è solo un'autobotte.  

Senza lavoro e sostentamento

Altra questione: la perdita improvvisa delle attività lavorative. "Mio marito faceva il mercatino dell’usato, traslochi… ora stiamo fermi. Nessuno lavora per adesso. Abbiamo anche paura di andare in mezzo alla folla" racconta una donna tra gli intervistati. Perso quel po' di sostentamento che arrivava da lavori più o meno regolari, più o meno saltuari, il rischio ora è che le tante famiglie spesso con minori a carico non abbiamo più i beni di prima necessità. 

Bimbi isolati lontani da scuola

Senza contare i più piccoli, impossibilitati senza strumenti tecnologici adeguati, computer prima di tutto, a seguire eventuali percorsi didattici on line, si ritrovano isolati dai coetanei e dagli insegnanti. Un quadro drammatico, dove i ghetti sono ancora più isolati, e dove in caso di contagio, l'emergenza sanitaria rischierebbe di farsi ingestibile. 

"Cosa accadrebbe – si sono chiesti i ricercatori della 21 luglio - se, come prospettato da alcuni abitanti intervistati, in un insediamento come quello di via Luigi Candoni, abitato da più di 800 persone di cui la metà minori, venisse riscontrata anche una sola positività? La promiscuità presente nella baraccopoli, dove si evidenzia un evidente sovraffollamento interno ed esterno alle abitazioni, è tale da poter isolare solo il paziente e la sua famiglia o andrebbe messa in quarantena l’intera comunità?" Già si riscontrano casi in Italia di "quarantene" applicate a interi insediamenti rom, vedi Cuneo e Lucca. 

L'appello a Raggi e al Prefetto

Da qui l'appello on line rivolto alla sindaca Virginia Raggi e al prefetto Gerarda Pantalone per chiedere di "garantire nelle baraccopoli romane la distribuzione di beni di prima necessità e condizioni igienico-sanitarie adeguate assicurando in primis l’accesso all’acqua potabile; assicurare all’interno degli insediamenti la presenza di operatori sanitari e di mediatori culturali che possano promuovere una campagna informativa e distribuire agli abitanti dispositivi di protezione individuali; rinforzare e coordinare una rete di volontariato sociale al fine di monitorare in maniera capillare le condizioni igienico-sanitarie e la salute di quanti vivono nelle baraccopoli della Capitale; predisporre per tempo, in caso di riscontro di una o più positività al Covid-19 all’interno degli insediamenti formali, un adeguato e tempestivo piano di intervento sanitario, al fine di evitare che la città arrivi impreparata a tale evento".

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"Mai come in questi giorni difficili – afferma Carlo Stasolla, presidente della 21 luglio - Roma deve mostrare il suo volto di città solidale, attenta agli ultimi e garante dell’art.32 della Costituzione Italiana che estende a tutti i cittadini le azioni di tutela e prevenzione della salute pubblica. Alle 6.000 persone che oggi vivono nelle baraccopoli romane, non dimentichiamo i 7.700 senza fissa dimora. Un esercito di uomini, donne, bambini in condizioni estreme, ai quali deve essere salvaguardato il diritto alla salute a vantaggio loro e a tutela dell’intera collettività".

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