I risparmi di una vita per la casa che non è una casa: la storia di Valeria nel girone dell'ufficio urbanistico del Comune

Accatastata come abitazione, nata come ufficio. Nemmeno il condono l'ha fatto emergere. Ora Valeria sta pagando un prezzo molto alto

L’incubo è iniziato proprio durante il grande passo verso la vita del futuro: acquistare una casa. Era già tutto scritto: la proposta per il nuovo appartamento era stata accettata, la data del rogito fissata, era pronta anche la vendita del piccolo bilocale abitato durante il periodo dell’università. “Tutto è crollato dopo la perizia effettuata dalla ragazza intenzionata a comprarlo che ha mostrato come in base al progetto iniziale questi locali non erano abitazioni ma uffici. Così è saltato tutto”. Eppure Valeria Spennati, 29 anni, studentessa universitaria, è convinta di aver effettuato tutte le verifiche necessarie quando nel marzo del 2014 ha comprato un piccolo appartamento di 36 metri quadrati in via Arnaldo Cervesato, a Casal Bruciato, nel IV municipio, dove vive con il ragazzo. “Questa casa è un regalo di mio nonno. Ero la sua unica nipote. Considerato il costo degli affitti in città, abbiamo pensato che era meglio acquistare una casa, anche piccola, da poter rivendere per poterne avere una più grande per il futuro".

Tutto parte da una certezza: “Questa casa al Catasto è registrata come A2, abitazione civile”. Valeria ha davanti a sé un grande quaderno a cui sono agganciate delle cartelline, ognuna delle quali contiene un documento. Il suo racconto è scandito dal fruscio della plastica che si increspa per estrarle. Anche la visura storica dell’immobile richiesta all’Agenzia delle entrate lo conferma. “Al momento del rogito il notaio si è accorto che era aperta una domanda di condono per la veranda di 7 metri quadri che oggi ospita la cucina così ha inserito una postilla in base alla quale, di fronte a un eventuale rifiuto da parte degli uffici capitolini preposti, saremmo stati risarciti di 15mila euro”.

Valeria appoggia il documento sul tavolo. Il 23 febbraio del 2016 il Dipartimento programmazione e attuazione urbanistica chiude con esito positivo la richiesta di sanatoria presentata dal precedente proprietario nel 2004. “Il titolo abitativo viene rilasciato con categoria catastale: A2 – Abitazione di tipo civile”, si legge nel documento. E ancora: “La presente autorizza la destinazione d’uso residenziale”. Anche per l'ufficio condono l'appartamento di Valeria è una casa.

“Le difficoltà iniziano con la vendita. La ragazza intenzionata ad acquistarla ha richiesto un mutuo e le perizie del tecnico chiamato a effettuare una valutazione hanno mostrato una discrepanza tra le informazioni registrate al catasto e quelle dell’ufficio urbanistico”. Nella domanda di abitabilità presentata dal costruttore nel 1968, e poi con una variante concessa e protocollata dal Comune nel 1972, si legge che al piano seminterrato si trovano “cinque uffici da un vano più wc”. In base a questo documento l’appartamento acquistato da Valeria come abitazione civile sarebbe dovuto essere in realtà un ufficio. Con un paradosso: al momento i 7 metri quadrati condonati sono a tutti gli effetti un’abitazione.

La vendita si blocca e di conseguenza anche l’acquisto. “Da lì sono iniziate le notti in bianco e la fatica di bussare a tutte le porte nel tentativo di risolvere la situazione”. Tra le prime persone contattate c’è il notaio che ha firmato l’atto di compravendita. Anche in questo caso Valeria ha tra le mani un documento. Si tratta della relazione redatta dal notaio il 20 marzo del 2019 richiesta da Valeria dopo aver scoperto di non poter rivendere la propria casa. La relazione certifica che in base alla “esatta storia catastale ventennale dell’entità immobiliare” quest’ultima è un “appartamento ad uso civile”. Scrive ancora il notaio: “Dalla visura catastale storica sin dall'impianto meccanografico al 30 giugno 1987 l'immobile in oggetto è classificato con la categoria catastale A/2”. Non solo. A sostegno di questo dato il notaio riporta un ulteriore particolare: il precedente proprietario, che aveva acquistato nel dicembre del 1996, aveva potuto richiedere le “agevolazioni per la prima casa”.

Nonostante tutti questi elementi è stato impossibile sbloccare la situazione. “Sono arrivata a scrivere anche alla sindaca Virginia Raggi che mi ha indirizzato agli uffici competenti". Al IV municipio “abbiamo avanzato la richiesta di un cambio di destinazione d’uso ma ci è stato risposto che non può essere rilasciato sui singoli appartamenti”. All’ufficio Programmazione e attuazione urbanistica “ci hanno spiegato che in base al Piano regolatore il nostro palazzo è inserito nella ‘città consolidata’ e che quindi non è possibile fare nulla”. Valeria ha chiesto spiegazioni anche all’ufficio preposto ai condoni: “Perché nemmeno loro si sono accorti che in base alle concessioni comunali la mia casa sarebbe dovuto essere un ufficio?”. Sono in tanti nella catena di compravendite, documenti, autorizzazioni a non essersi accorti di questo. Eppure l’unica a rispondere di questa situazione oggi è Valeria.

“Quando ci siamo accorti di questa discrepanza tra il catasto e i documenti depositati negli archivi comunali avevamo già versato una caparra di 5 mila euro per l’acquisto della nuova casa che sarebbe costata 280 mila euro”. Era il 28 gennaio 2019 e “il rogito si sarebbe dovuto tenere all’inizio di maggio. Per metà avremmo pagato con i soldi ricavati da questa vendita e per il resto avremmo chiesto un mutuo. Quando abbiamo capito che non saremmo riusciti a vendere e quindi nemmeno a comprare abbiamo informato subito le persone coinvolte. Il contratto, però, non è stato subito annullato in attesa di capire se c’era un modo per risolvere questa situazione”.

Il 16 settembre del 2019 l’ennesima doccia fredda. Il proprietario della casa che Valeria avrebbe dovuto acquistare vuole essere risarcito. Con una lettera non solo ha comunicato a Valeria la risoluzione del contratto ma chiede un risarcimento del danno di 30 mila euro “riservandosi di chiedere una maggiore somma qualora non provvedeste bonariamente”. Anche “l’agenzia immobiliare ci ha chiesto 13mila euro per il suo servizio di intermediazionne. Ci sentiamo truffati eppure siamo noi gli unici che stanno pagando”.

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