Case popolari a Testaccio, vigili per lo sgombero di una donna con due bambini: "Prorogato, ma non so dove andare"

Gli agenti si sono presentati alla porta di Federica senza preavviso. E' seguita dai servizi sociali ma il suo stato di 'fragilità' è stato riscontrato solo dopo che è partita l'operazione

Una strada di Testaccio (Immagine di repertorio)

“Giovedì mattina la polizia ha bussato alla porta dell’appartamento dove vivo. Erano quasi le dieci. Stavo preparando la colazione a mia figlia di tre anni. A casa c’era anche il fratello più grande, sei anni, non era andato a scuola perché non stava bene. Erano venuti per sgomberarmi”. Federica vive in una casa popolare in via Giovanni Battista Bodoni 100, a Testaccio, dal marzo del 2014. È entrata pur non avendone titolo, perché “mio figlio a quel tempo aveva pochi mesi, io non sapevo dove andare e questa casa dopo la morte della signora che ci abitava era rimasta vuota per tanto tempo”. Il decreto di rilascio che intima di uscire dall’immobile entro 30 giorni è stato emesso dall’Ater di Roma il 3 novembre di cinque anni fa.

“Nelle ultime settimane nel quartiere girava voce che si sarebbero verificati una serie di sfratti ma nessuno mi ha avvertito che sarebbero venuti da me”. E invece la mattina del 17 ottobre il personale dell’Ater e la polizia locale si sono presentati alla sua porta per mandarla via. “Dalla finestra della mia cucina si vede il cortile così mi sono accorta di che cosa stava accadendo. C’erano molti agenti sul pianerottolo mentre per strada era già pronto il camion dei traslochi con i facchini pronti a riempire gli scatoloni. All’inizio mi sono rifiutata di aprire. I miei bambini erano in casa e io non volevo mettergli paura. Inoltre non sapevo dove andare”.

Federica lancia l’allarme. Chiama il sindacato Asia Usb e il responsabile Casa del Pd di Roma, Yuri Trombetti. Intanto la situazione si calma. I poliziotti lasciano il pianerottolo e Federica accetta di aprire la porta. “Quando si sono accorti che in casa vive una donna da sola, disoccupata, con due bambini hanno deciso di concedermi una proroga”.

Il funzionario di polizia di Roma Capitale responsabile di effettuare lo sgombero prende un foglio di carta e a mano, con una penna, scrive una dichiarazione da far firmare a Federica. “La signora dichiara di voler rilasciare l’alloggio medesimo entro la data del 15 gennaio 2020. Entro detta data l'alloggio verrà riconsegnato a tutti gli effetti alla Ater proprietaria, alla presenza della forza pubblica”. Federica firma. “Non avevo altra scelta. Sapevo che se non avessi accettato lo sgombero sarebbe stato portato a termine il giorno stesso. Ora ho tre mesi di tempo per cercare un’alternativa ma io di soluzioni alternative non ne ho”.

Federica è seguita dai servizi sociali, le istituzioni cittadine avrebbero dovuto essere a conoscenza delle sue condizioni ma le informazioni relative al suo caso non sono state intrecciate. Così chi si è presentato alla sua porta per effettuare lo sgombero, operazione che ha mobilitato alcune pattuglie della polizia locale, il camion dei traslochi e il fabbro, ha riscontrato il suo stato di ‘fragilità’ e non se l’è sentita di mandarla per strada. Romatoday non è riuscito a ricostruire quanti soldi siano stati spesi per l’operazione e nemmeno chi abbia dato il via libera. Ater ha spiegato di emettere decreti di rilascio che poi vengono comunicati al dipartimento Politiche abitative del Comune di Roma, ente deputato alle assegnazioni così come ad emettere ordinanze di decadenza e di sgombero in base alla legge regionale 12 del 1999. Ma questo iter non ci è stato confermato dal Campidoglio.

A Federica arriva tutti i mesi un bollettino da 220 euro come indennità di occupazione al quale si aggiungono circa 50 euro di spese condominiali e le bollette. “Tutte le volte che riuscivo a pagare lo facevo. Ho accumulato una morosità di circa mille e trecento euro. In ogni caso non è per la morosità che sono a rischio sfratto ma perché sono senza titolo”. Lo sgombero non è stato sospeso ma solo rimandato.

Quella mattina Federica è stata indirizzata ai servizi sociali del municipio per vagliare eventuali soluzioni abitative alternative. “Sono seguita già da tre anni dalle assistenti sociali perché al mio bambino è stato diagnosticato il disturbo dell’attenzione, iperattività e disturbo del linguaggio e per questo percepisce un’indennità di frequenza. Io non lavoro. Ogni tanto faccio delle pulizie ma con due bambini non riesco a trovare un impiego fisso. Dovrebbe avere gli stessi orari della scuola, senza considerare tutte le volte che la bambina più piccola è a casa malata. Dovrei pagare una baby sitter. Inoltre spesso mio figlio più grande deve seguire una terapia. Non riesco a trovare un lavoro con queste condizioni”.

Il 15 gennaio però Federica dovrebbe uscire da casa. “Il padre dei bambini vive lì vicino a Testaccio con la madre, lui mi aiuta ma quella casa è troppo piccola e tutti non ci stiamo. Posso rimanere qualche giorno ma non è una soluzione”. Il 29 ottobre Federica si è presentata all’appuntamento con l’assistente sociale. “Mi è stato detto che c’è un sussidio di 516 euro che viene dato alle persone che si ritrovano senza casa a causa di uno sgombero ma che trattandosi di una casa popolare non dovrebbe spettarmi. In ogni caso è possibile ottenerlo solo presentando la dichiarazione di sfratto e solo una volta sottoscritto un nuovo contratto di affitto. Ma come convinco nelle mie condizioni un proprietario di casa a firmare un contratto?”.

Federica non può nemmeno mettersi in lista per l’assegnazione regolare di una casa popolare in quanto il Comune di Roma esclude da questa possibilità quanti hanno occupato un alloggio pubblico. L’unica possibilità che, di solito, viene proposta alle donne con bambini che restano per strada (e non è ancora il caso di Federica) è una casa famiglia che la maggior parte delle madri rifiuta perché non vuole perdere l’autonomia nel gestire la propria vita e la crescita dei figli. “Quando sono venuti a sgomberarmi mi hanno detto che le politiche sociali del comune avrebbero trovato una soluzione. Per il momento, però, per non c’è nessuna soluzione all’orizzonte”.

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