Cartelloni pubblicitari, tutto fermo al 2017. Cafarotti: "Stiamo lavorando", ma l'assessore non vuole più il bike sharing

Il punto sul Piano regolatore degli impianti pubblicitari, licenziato nell'era Marino, poi ratificato anche dalla giunta Raggi

Immagine d'archivio

Siamo di nuovo "in piena cartellopoli". Lo denunciano i comitati, che tanto hanno lottato per la regolarizzazione dell'impiantistica pubblicitaria, lo suggerisce lo stallo politico-amministrativo in materia. Dopo i tentativi di regolarizzare il settore con il piano di riforma dell'ex giunta Marino (che ha visto anche i grillini battersi da opposizione), l'iter si è fermato. 

Il Prip: cosa prevede

Ridurre drasticamente il numero di cartelloni (da 130mila a 62mila metri quadrati), impattanti sul piano urbano e del codice della strada, assegnarne gli spazi tramite regolari bandi suddivisi in 10 lotti dopo aver mappato il territorio e stabilito i luoghi consentiti per l'installazione, farli fruttare di più sia in termini di incassi per il Comune che di servizi al cittadino. 

Erano questi gli obiettivi del Prip (il Piano regolatore degli impianti pubblicitari) votato nel 2014 con il preciso intento di normare quel mare magnum di strutture, molte abusive, affidate alle stesse ditte da decenni. Il piano sembrava piacere alla stessa giunta Raggi, che lo ha ratificato con una delibera di giunta di novembre 2017, approvando i cosiddetti piani di localizzazione già passati per i municipi. Con la promessa, per il momento congelata, di portare a dama il nuovo assetto predisponendo le gare pubbliche con apposite linee guida.

L'iter è fermo da un anno

Sei mesi dopo, se ne va l'assessore al Commercio Adriano Meloni. E da un anno a questa parte, con il suo sostituto Carlo Cafarotti, del Prip non si hanno notizie. L'assessorato, a nostra richiesta sullo stato dell'arte, risponde così: "E' in corso d'approvazione la delibera degli indirizzi necessari alla predisposizione e successiva pubblicazione dei bandi di gara"

E niente bike sharing

Nessun altro dettaglio. Ma si sa, per stessa dichiarazione del titolare di via dei Cerchi in risposta a un'interrogazione di fine novembre 2018 in aula Giulio Cesare, che si sta procedendo a una revisione dei lotti. Quello prevalente, esteso in buona parte nel Centro storico, "fondato sulla fornitura del bike sharing a postazione fissa - ha spiegato l'assessore - è ormai non più attuale dopo le fallite sperimentazioni in questi anni e l'evolversi del servizio medesimo nella forma del flusso libero". Un passo indietro, per chi non lo ricorda: nel Prip per 8mila metri quadrati su 62mila il Comune chiede alle ditte di pagare, al posto del canone d'affitto, il servizio di bike sharing alla città. Quello che la Capitale, fanalino di coda con all'attivo una serie di esperimenti naufragati, non ha mai avuto. 

A Cafarotti però questo modello (utilizzato da anni, con successo, in diverse metropoli d'Europa) non piace: sostituire un'entrata diretta per le casse capitoline con un servizio non sarebbe conveniente, e "minerebbe la massimizzazione delle entrate stesse". Da qui la revisione del tutto, lo stallo generale sul progetto, e le critiche dei comitati, tornati alla carica con le segnalazioni di impianti abusivi che spuntano qua e là nel paesaggio urbano. 

"Comune rinuncia a migliorare la mobilità"

"Rimettere mani oggi alla riforma significa rimandare la sua applicazione alle calende greche" denuncia a RomaToday Filippo Guardascione, di Basta Cartelloni. "Le ditte non aspettano altro che nuove delibere da impugnare davanti al Tar, e togliere il bike sharing significa rinunciare definitivamente ad avere un servizio che in altre città, anche italiane, ha cambiato in meglio la mobilità cittadina". Anche perché il bike sharing costa molto: circa 10 milioni di euro l'anno, andando a confrontare i costi dei servizi in altre capitali. E i privati con lo schema a flusso libero hanno già fallito tra bici sparite e/o vandalizzate. 

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