Caos affrancazioni, valanga di cause nei tribunali: occhi puntati su una nuova legge

Dopo la denuncia di Romatoday è nato un comitato: oggi è composto da 80 famiglie

Immagine di repertorio

Quando Romatoday ha pubblicato la sua storia, Paolo Visintin la raccontava per la prima volta ad un giornalista. Era il 22 febbraio scorso e una sentenza aveva appena stabilito per lui la restituzione di 300 mila euro all’acquirente della sua precedente abitazione. Una casa costruita in edilizia agevolata, con contributi pubblici, e rivenduta a prezzi di libero mercato. A distanza di quattro mesi e di “molte telefonate, mail e messaggi”, il comitato di cui è diventato presidente riunisce circa 80 famiglie accomunate dallo stesso problema. La somma ‘da restituire’ è lievitata a 15 milioni di euro. Cause simili riempiono le aule dei Tribunali. Avvocati e notai riempiono le sale convegni. Da più parti ci si appella ad un intervento legislativo. Un’ascesa sintomatica di una situazione che vede potenzialmente coinvolte tra le 230 e le 260 mila famiglie in tutta Roma. 

Per decenni queste case acquistate a prezzi stabiliti da convenzione sono state rivendute a prezzi di libero mercato, scomparendo così da quel mercato ‘agevolato’ con cui Stato e amministrazioni pubbliche speravano di dare una risposta al disagio abitativo degli italiani meno abbienti e su cui avevano investito risorse. Il sistema giuridico riteneva che lo schema era quello di una normale compravendita. I casi sono centinaia di migliaia. Le banche erogavano i mutui, i notai firmavano gli atti, il Comune firmava il nulla osta, la Cassazione a più riprese confermava il tutto.

Nel settembre del 2015 arriva la sentenza della Corte di Cassazione, la numero 18135, e stabilisce che il prezzo di queste abitazioni doveva restare ‘calmierato’. Il vincolo del prezzo massimo di cessione, dice ancora la Cassazione, può essere rimosso solo versando al Comune una quota che in media va dai 7 mila ai 45 mila euro, la cosiddetta affrancazione. L’effetto è quasi immediato: compravendite congelate, rogiti fermi, secondi e terzi acquirenti che si ritrovano case pagate a prezzi di mercato valere meno della metà, uffici comunali bloccati da una montagna di richieste di affrancazione. Era l’inizio del 2016.

Poi sono arrivate le cause contro i venditori, cresciute a dismisura nei mesi fino a divenire una valanga che ha intasato anche le aule dei Tribunali. Tutti, in Tribunale, puntano a vedersi restituire l’intera differenza di prezzo. La sentenza di Paolo Visintin è chiara. Molti arrivano ad un accordo tra le parti per cifre più basse le quali, tuttavia, sono sempre sensibilmente più alte del costo dell’affrancazione. Da un lato c’è la possibilità per gli acquirenti di vedersi restituita la differenza tra il prezzo calmierato e quello di mercato, dall’altro quella di liberare l’immobile versando al Comune cifre molto più basse. La differenza, nella maggior parte dei casi, è tra le centinaia di migliaia e le migliaia. 

In questo quadro, nell’aprile del 2018, arriva l'ordinanza emessa dal giudice Antonio Perinelli, che condanna al solo versamento della somma necessaria a liberare l’immobile da tale vincolo. Negli ultimi mesi con diversi convegni sul tema, avvocati e notai hanno cercato di fare chiarezza. Ma una linea non sembra essere emersa e oggi gli occhi sono tutti puntati su un intervento legislativo. Lo sostiene l’assessore all’Urbanistica del Comune di Roma, Luca Montuori, che ha chiesto allo Stato di interessarsi della vicenda. Lo sostengono i notai che si sono già messi al lavoro per elaborare un disegno di legge.  

La stessa richiesta proviene anche dal Comitato venditori 18135, dal nome della sentenza che ha cambiato le loro vite. “Chiediamo un urgente intervento legislativo per sanare questa paradossale ed inaccettabile situazione giuridica” spiega il presidente Paolo Visintin. “Così ci sono persone che possono speculare su altre: le prime si ritroveranno con una casa a valore di mercato e col conto corrente con un sacco di soldi, le altre con le famiglie sotto i ponti ”. 
Il rischio, la denuncia del comitato, “è infatti che applicando pedissequamente e ciecamente la 18135/2015 si permetta una speculazione: l’acquirente riceve indietro un’ingente cifra, per esempio 300 mila euro, in quanto l’immobile non vale 400 mila euro ma 100 mila. Il venditore condannato ad adempiere è costretto a vendere la sua attuale casa, sperando copra tale importo. Successivamente l’acquirente affranca l’immobile per svincolarlo dal prezzo imposto, versando al Comune di Roma circa 15 mila euro. A questo punto l’immobile torna a poter esserevenduto a prezzi di libero mercato. Molte famiglie stanno vivendo un dramma: perdere la propria casa per restituire il capitale all’acquirente finendo in mezzo ad una strada”. 

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