Rom, crescono gli sgomberi e i campi si svuotano: ma dal Comune "nessuna azione per l'integrazione"

I dati del dossier presentato da 21 luglio e Amnesty International

Immagine d'archivio

Circa 400 persone hanno lasciato i campi romani nel 2018, ma cercando alternative in autonomia, senza il sostegno promesso dal Campidoglio. Che invece con il "piano rom" è fermo all'anno zero, o quasi. Mentre gli sgomberi forzati sono aumentati del 20 per cento rispetto al 2017. Eccoli, alcuni dei dati chiave emersi dal dossier dell'associazione 21 luglio, presentato oggi alla Camera insieme ad Amnesty International, in occasione della Giornata internazionale del popolo rom. Una ricognizione delle baraccopoli costruite ai margini delle periferie, 6 "istituzionali", 10 "tollerate" e 300 mini insediamenti abusivi sparsi sul territorio. L'Europa ha già bocciato in più occasioni i campi rom, ghetti monoetnici lesivi dei diritti umani. Spetterebbe all'amministrazione locale cambiare rotta, anche alla luce della Strategia di inclusione dei rom ratificata dall'Italia, con un piano che consenta la fuoriuscita graduale delle famiglie, grazie anche a sostegni sul piano abitativo e lavorativo. Roma però è ancora indietro. 

Le condizioni dei campi e il piano rom

Sono circa 4mila (sui 6mila totali in città, lo 0,20% della popolazione cittadina) i rom che vivono in baracche fatiscenti di legno e lamiere tra accumuli continui di rifiuti, roghi tossici, fogne rotte, condizioni igieniche al di sotto degli standard minimi. Salone (500 persone), Gordiani (240), Lombroso (150), Candoni (700). In piedi da anni e ancora prive di una bozza d'azione che ne preveda lo smantellamento. In realtà, secondo quanto rilevato nel rapporto delle associazioni umanitarie, la concentrazione di abitanti è diminuita. Circa 400 persone si sono allontanate dai villaggi, "grazie agli aiuti delle associazioni di volontari e a un miglior accesso all'housing sociale". Non per merito del Comune di Roma. 

Il piano rom targato Virginia Raggi si è limitato per il momento alla chiusura del Camping River dello scorsa estate, unico insediamento che non esiste più (la promessa è quella di eliminarli tutti, integrando le famiglie entro il 2021). E' in corso, sulla carta, la chiusura del campo La Barbuta al confine con Ciampino (500 ospiti). Ma lo stato dell'arte, spiega 21 luglio, non è chiaro: "Alla fine del 2018 - si legge nel dossier - secondo quanto dichiarato dal responsabile del progetto, 4 donne dell’insediamento hanno trovato un lavoro con contratto a tempo determinato come operatrici presso agenzie di pulizia e sono stati attivati 2 tirocini lavorativi. Malgrado le richieste, resta ignoto il numero delle persone che, terminato l’iter, hanno sottoscritto il Patto di Responsabilità Solidale". 

Un grosso punto interrogativo tocca anche Castel Romano, il maxi campo più grande di Roma e d'Europa, inserito nella delibera per la chiusura campi a maggio 2018, "date le precarietà igienico sanitarie e sociali dell'insediamento". Ancora però la procedura non è partita.  

Gli sgomberi forzati 

E non va meglio sul fronte degli sgomberi. Sono 40 le azioni di allontanamento forzato da insediamenti informali registrate nel 2018, con un incremento, rispetto all’anno precedente, del 21 per cento. "Si stima che i rom coinvolti siano stati in totale 1.300 - si legge nel dossier - per un costo complessivo di circa 1.640.000 euro". Cala anche il numero di iscritti alla scuola dell'obbligo tra i bambini: 940 nel 2018 con una contrazione dell'8 per cento rispetto al 2017. 

L'insediamento con il più alto numero di iscritti è quello di Castel Romano con 252 alunni, mentre quello con il numero minore risulta essere quello di Salviati con 14 alunni. "Del totale degli iscritti - è scritto ancora nel rapporto - la percentuale di chi frequenta con regolarità le lezioni, secondo lo studio, non dovrebbe superare il 20%. In tutto, quindi, potrebbero non superare le 200 unità i bambini che frequentano regolarmente le lezioni"

Insomma, il quadro non fa registrare cambiamenti sostanziali rispetto agli anni scorsi. E il bilancio delle associazioni umanitarie è impietoso. "Resta ancora molto da fare perché oggi, nella Capitale, una bambina o un bambino rom in emergenza abitativa, possa vedere i suoi diritti pienamente tutelati. Per adesso, l’unica alternativa assunta dalle famiglie rom in emergenza abitativa a Roma, è stata quella di darsi da fare nel reperimento di soluzioni abitative autonome o, laddove possibile, di trasferirsi in un altro Paese". 

"Verso nuova, finta, emergenza nomadi"

Senza contare gli ultimi episodi di odio e violenza contro i rom a Torre Maura, in via Codirossoni, e a Casal Bruciato, in via Facchinetti. Con le forze di estrema destra pronte a soffiare sul fuoco ardente della paura. "A Torre Maura c’è stata una gestione quantomeno dubbia dell’ordine pubblico" ha affermato Riccardo Magi, deputato radicale di +Europa, intervenuto alla conferenza. "Siamo di fronte a un precedente preoccupante sotto il profilo dell’ordine pubblico. Di questo chiederemo conto al Ministero dell’Interno con tutti gli atti di sindacato ispettivo necessari". 

Un mix di fattore che fa lanciare l'allarme: "Stiamo tornando indietro di anni. Tutto fa pensare all'emergenza nomadi del 2008" conclude Carlo Stasolla, presidente dell'associazione 21 luglio. "Ci sono una serie di fattori che richiamano quella condizione i straordinarietà creata da hoc da chi governava". Poi l'appello alla sindaca: "Il piano rom va rivisto". 

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