Rom, ecco a che punto è il piano Raggi per la chiusura dei campi 

Una memoria di giunta a novembre, una delibera a dicembre per il Tavolo di Inclusione, una bozza di piano presentato a febbraio e un cronoprogramma non rispettato

Una memoria di giunta, una delibera per sedersi intorno a un tavolo, una bozza per superare i campi sì ma senza tempi e costi, con un progetto dai contorni ancora fumosi. Cosa ha fatto la giunta Raggi per chiudere i campi rom? Al termine della consiliatura Cinque Stelle saranno solo un ricordo. Questa la promessaMa smantellare sette campi attrezzati (Barbuta, River, Castel romano, Candoni, Villa Gordiani, Casal Lombroso e Salone), undici aree tollerate e i numerosi insediamenti sparsi sul territorio non è una passeggiata. Ecco punto per punto quanto realizzato dal Campidoglio in dieci mesi di governo. 

IL PRIMO ATTO UFFICIALE - E' del 21 novembre 2016 una memoria di giunta con oggetto "Linee di indirizzo per l'avvio del processo di superamento dei campi". Il primo pezzo di carta ufficiale sul tema per l'adozione del cosiddetto "Progetto Inclusione Rom", incentrato sulla questione abitativa. Non è chiaro quale sia il corpo del progetto (quali saranno le alternative alloggiative e come nei fatti verrà garantito l'accesso al lavoro). Nel documento ci sono delle tappe elencate in un allegato specifico. Ma il cronoprogramma non è stato rispettato se non in minima parte. Siamo a maggio e l'iter è fermo a quel che era previsto per gennaio.  

IL TAVOLO DI INCLUSIONE - A dicembre 2016 arriva la delibera di giunta che istituisce il Tavolo di inclusione per programmare la chiusura dei campi, come vuole la Strategia Nazionale di Bruxelles recepita nel 2013 (ma mai applicata) dal Comune di Roma. Nel frattempo viene sospeso in autotutela il bando di gara che replicava l'affidamento dei servizi interni di gestione dei villaggi già esistenti. Insieme a quello, fortemente osteggiato da più parti, per la realizzazione di un'area ulteriore dove insediare decine di famiglie a Roma Nord. Quest'ultimo (in contraddizione con la politica delle chiusure) è stato poi ripristinato, ma Anac avrebbe rilevato "profili di illegittimità". 

LA BOZZA DEL PIANO ROM - Metà febbraio. L'assessore Baldassarre presenta la bozza del piano per la chiusura e il superamento dei campi, partorita all'interno della campagna #RomaAscoltaRoma, a seguito di un paio di incontri con i cittadini, ma di fatto redatta da appositi consulenti esterni. Smantellare gli insediamenti ghetto, garantire alternative alloggiative ai suoi abitanti, avviare contemporaneamente percorsi lavorativi per consentire l'auto sostegno economico, e assicurare i diritti sul piano di salute e istruzione nelle fasi intermedie del processo, sono i punti cardinali, teorici, che ne hanno guidato la stesura. Quattro assi (abitazione, lavoro, salute, scuola) già stabiliti dalla Strategia di Inclusione, sempre gli stessi, accomunano il piano dei Cinque Stelle ai precedenti che non sono mai andati in porto.

Si parte da Monachina e La Barbuta, i due campi "sperimentali", il loro abbandono sarà graduale e avverrà dopo una serie di incontri informativi con le famiglie (solo se residenti). Sul fronte abitativo si accenna all'autorecupero di immobili e a una "struttura adeguata" per la fase intermedia. Sul fronte lavorativo a "forme di accompagnamento" all'impiego, a un "patentino" per i venditori di metalli e a una "messa a norma dell'attività di riciclaggio dei rifiuti". Su tempi e costi però non c'è alcuna indicazione. Tre mesi dopo siamo fermi.

LE CRITICHE - Il piano è stato oggetto di aspre critiche da parte dell'associazione 21 luglio, onlus attiva nella Capitale per i diritti di rom, sinti e caminanti dal 2010, che lo ha definito senza troppi giri di parole: "Un fallimento annunciato". Demolito soprattutto per quella "scrematura" dei beneficiari sulla base del merito (il piano riguarda chi vive nei campi istituzionali, chi è in regola con i documenti, chi adempie per i bambini all'obbligo scolastico ecc.). "E' un piano che assottiglia passaggio dopo passaggio i rom da tutelare, è molto simile al piano nomadi di Alemanno". Già, la 21 Luglio ravvisa una serie di similitudini tra i due approcci, specie per un passaggio intermedio che prevede, in attesa di soluzioni alloggiative alternative, lo stazionamento in centri di accoglienza o camping. "Stiamo tornando indietro invece che andare avanti". 

UN RITORNO AI TEMPI DI ALEMANNO? - Un passato che sembra riaffiorare anche nei fatti di Centocelle. Le tre sorelle rom bruciate vive nel camper a richiamano alla memoria i quattro bambini scomparsi nello stesso modo, sei anni fa, in un incendio divampato dentro una baracca di via Appia Nuova. "Via da Roma questi maledetti campi abusivi. E' la tragedia di questi maledetti campi abusivi" tuonava allora proprio l'ex sindaco Gianni Alemanno, autore del "piano nomadi" che avrebbe dovuto portare - proprio sull'onda del "ripulire le strade e legalizzare le condizioni delle etnie rom" - all'eliminazione dei focolai di abusivismo, alla realizzazione dei 13 campi autorizzati in periferia per non più di 6 mila rom. L'obiettivo fu ridimensionato acnhe dall'intervento della Cassazione che decretò la cessazione dell'emergenza nomadi. Chiusero nove "villaggi tollerati" e fu ristrutturata La Barbuta. Restò il principio: grandi campi istituzionali per combattere gli abusivi. 

La paura? "Che si crei lo stesso clima - spiega il presidente della 21 Luglio, Carlo Stasolla - che l'evento di Centocelle possa accelerare un cambio di rotta, una nuova presunta emergenza a cui rispondere togliendo le persone dalla strada e riportandole nei campi". 

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