Rom, il flop del piano Raggi: campi ancora aperti, famiglie in strada e 300 nuovi mini insediamenti 

I numeri contenuti nell'ultimo dossier dell'associazione 21 luglio certificano il fallimento. Stasolla: "Sindaca si fermi e apra tavolo di confronto"

Campo rom, immagine d'archivio

Un campo chiuso, uno solo su undici, e due dove le operazioni sono in corso. Poche, pochissime, famiglie che hanno trovato grazie al Campidoglio un alloggio alternativo e un'occupazione. Il tutto in due anni e mezzo di tempo e al costo stimato di circa 10 milioni di euro di fondi pubblici. Nel frattempo 300 mini baraccopoli sono cresciute sul territorio nel solo 2019. Eccoli, i numeri impietosi del piano rom, quello varato dalla giunta Raggi nel maggio 2017 con la promessa di "superare i campi e riportare Roma in Europa". A bocciarlo su tutta la linea l'associazione 21 luglio, onlus da anni impegnata nella difesa dei diritti della comunità rom. Oggi la presentazione alla Camera del report "Dove restano le briciole", fitto dossier che fa il punto sui risultati raggiunti dall'amministrazione sul tema, registrando un divario ancora tutto da colmare tra promesse e azioni reali. 

In due anni e mezzo i traguardi raggiunti dall'applicazione del piano sono giudicati ampiamente sotto la sufficienza. Doveva interessare gli undici villaggi attrezzati sparsi sul territorio romano, ma solo un insediamento è stato chiuso, e male, il Camping River sulla via Tiberina. Smantellato nel mese di luglio 2018 a colpi di ruspa dopo un percorso di inclusione dei nuclei familiari che, stando ai dati forniti dall'associazione, ha assicurato una sistemazione abitativa al solo 12% della popolazione del campo, doveva fare da banco di prova dell'intero piano. Una pessima partenza. Ad oggi è aperta una procedura di gara per l'affidamento dei servizi atti al superamento nel maxi campo di Castel Romano. Mentre nelle baraccopoli La Barbuta, al confine con Ciampino, e Monachina, nel XIII municipio, le operazioni sono in corso da un anno. In entrambi opera la Croce Rossa Italiana, regolare affidataria tramite bando. Ma l'iter di fuoriuscita degli abitanti, per stessa ammissione degli operatori, intervistati dall'associazione 21 luglio, procede a rilento. 

Chi ha trovato un alloggio alternativo 

Primo problema: trovare un alloggio nuovo per chi lascia i container. Il piano è ruotato fin dall'inizio intorno a una soluzione chiave: l'affitto di case sul mercato immobiliare privato con un contributo economico fino a 800 euro al mese da parte dell'ente pubblico. Un buono casa, che però è stato erogato in un numero esiguo di casi, 12 in totale e solo nel Camping River stando ai dati di 21 luglio. Nessun assegno a La Barbuta e a Monachina, perché trovare casa da un privato per una famiglia rom è un'impresa davvero difficile. 

Lo ammette lo stesso Campidoglio in un passaggio di una lettera inviata dall'ufficio Rom, Sinti e Caminanti alla commissione Politiche Sociali dove si parla di "poche garanzie che il cittadino Rsc (rom, sinto e caminante n.d.r.) offre, lavoro saltuario e precario, attività informali, reddito intermittente, che non permetterebbero a nessuno di assicurare ai locatari privati il pagamento regolare dell’affitto, anche a fronte di un contributo triennale da parte dell’amministrazione previsto dal Piano".  Insomma, un flop anche per l'ente garante. Un numero, contenuto nel dossier, parla a sufficienza: dopo un anno di attività a La Barbuta, su 62 agenzie immobiliari contattate, solo 3 si sono rese disponibili a un accordo di partenariato per la ricerca di alloggi privati.

Alternative? I rimpatri volontari assistiti, non presenti nella versione originaria del piano rom ma inseriti in un secondo momento nel bando di gara per l'affidamento dei servizi a Castel Romano. Utilizzati nel caso del Camping River per accelerare le procedure, secondo quanto riportato nel dossier della 21 luglio, la metà delle 12 famiglie coinvolte sarebbe poi rientrata in Italia. "Attraverso attività di monitoraggio - si legge nel dossier - risulta che circa la metà di essi siano tornati in Italia in quanto le progettualità abitative e lavorative nei luoghi di destinazione non sono realmente mai partite".

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Case popolari, unica via 

La strada più battuta dalle famiglie che decidono di uscire dal campo resta quella delle case popolari. Che però esula dal piano rom: chi ottiene una casa oggi tramite il regolare scorrimento delle graduatorie, ha fatto domanda almeno due, tre anni fa. A La Barbuta, è scritto nel report, sono stati 21 finora i nuclei familiari assegnatari di un alloggio di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). "Dai colloqui svolti è emerso che del ventaglio previsto dal Piano atto a trovare una soluzione abitativa ai residenti degli insediamenti è proprio l’assegnazione di "case popolari" l’unico meccanismo attualmente utilizzato" ma "utilizzabile da qualsiasi cittadino in emergenza abitativa, che consegna dei risultati effettivi per sua natura, e nella maggioranza dei casi, solo dopo un lasso di tempo medio-lungo". Insomma, l'unico strumento che funziona, non fa parte del piano Raggi. 

Lavoro e scolarizzazione: i dati del flop 

Non va meglio sul fronte occupazionale. Anzi, è proprio qui che secondo la 21 luglio, "si riscontrano i più evidenti fallimenti". Come aiutare gli abitanti a inserirsi nel mondo del lavoro? Il Campidoglio ha previsto l'avvio di corsi di formazione e tirocini, oltre alla creazione di ditte individuali, cooperative, e a contributi economici a sostegno degli aderenti. Ma i numeri parlano chiaro: i corsi di formazione e i tirocini attivati all’interno delle progettualità nell’insediamento di La Barbuta risultano essere stati solo 15. Zero a Monachina, almeno fino alla metà del 2019. E ancora, si legge nel dossier, "non risulta siano state promosse la creazione di coop e ditte individuali, essendo tale azione strettamente connessa con la regolarità documentale delle singole persone/nuclei familiari e con la situazione economica"

Per quanto riguarda il settore scuola, le cifre raccolte non rassicurano. "Comparando i numeri totali delle presenze e dei minori iscritti alla scuola dell’obbligo nel biennio 2016-2017 - si spiega nel report - annualità sulla quale si sono basati i principi contenuti nel Piano, e gli stessi nell’anno 2019 si nota nel totale un calo delle presenze negli insediamenti considerati di 1.245 unità (-27%)90 al quale corrisponde, però, un calo degli iscritti alla scuola dell’obbligo più del doppio, pari infatti al 56%".

La fuga dai campi: crescono insediamenti abusivi e sgomberi 

Il dato forse peggiore che emerge, e che sancisce in tutto e per tutto il fallimento a oggi del piano rom targato Raggi, riguarda gli insediamenti informali. Dai campi "tradizionali", oramai abbandonati senza più una gestione dei servizi interni e costantemente lacerati da tensioni interne, le famiglie se ne vanno in autonomia. Che sia in corso o no l'applicazione del piano. Ma non fanno che spostarsi in piccole baraccopoli informali, che in città risultano in aumento.

Se infatti nel 2017 il numero delle persone censite nei cosiddetti "informali" erano di circa 1.200 unità, nel censimento del 2019 si è potuto registrare un incremento del 66% (secondo dati citati del Ministero dell'Interno). "In assenza di flussi migratori esterni alla città è infatti salito a 2.000 il numero di rom con un incremento di 800 unità". Più 300 unità nel solo 2019. Famiglie per lo più "parcheggiate" in strada, per decenni residenti nei mega campi della Capitale, oggi svuotati ma non grazie a un piano di superamento e inclusione attuato dal Comune di Roma. Si tratterebbe piuttosto di un flusso non controllato e autonomo. Un vero e proprio travaso incontrollato che nulla ha a che fare con le promesse di inclusione del piano comunale.

Che accade dunque? Chi può fa domanda di accesso alle "case popolari" e rimane in attesa, chi non ce la fa scappa all'esterno cercando la soluzione fuori. Ma solo per pochi questo si traduce nell’acquisto di un terreno o nella locazione di un immobile. 

Un calo numerico totale del 27% con un decremento delle presenze di 1.245 unità, solo in parte dovuto alla chiusura del Camping River, avvenuta nell’estate del 2018, con la fuoriuscita di circa 400 persone. L’insediamento in cui si registra la maggiore contrazione numerica è quello di Castel Romano, passato dalle 1.062 unità del 2016 alle 542 unità del 2019, seguito dal “villaggio” di Salone con un passaggio dalle 607 a 360 persone. 

Altro dato subito conseguente: l'incremento degli sgomberi forzati. Dal 31 maggio 2017, giorno della presentazione del Piano al 30 novembre 2019, l'Associazione 21 luglio ha registrato 104 sgomberi forzati di insediamenti informali, per una spesa totale stimata in circa 3.300.000 euro di denaro pubblico. Già, il denaro pubblico, altro capitolo oggetto di osservazioni e puntualizzazioni. 

Con quali fondi è stato pagato il piano rom

"Quella dei campi rom – aveva assicurato Beppe Grillo, allora capo del Movimento 5 Stelle, all’indomani della presentazione del Piano - era una questione che nessuno aveva mai chiuso, forse neppure affrontato, ma sulla quale tanti (troppi) hanno magnato. Da adesso si inizia a chiuderli, per sempre. E i soldi per farlo ce li facciamo dare dall’Unione Europea, nessun costo extra per i romani". Il giorno prima, nella conferenza stampa di presentazione del Piano, la sindaca aveva assicurato che per il superamento degli insediamenti, l’Amministrazione avrebbe attinto da fondi europei dedicati. Già, ma solo per i primi due campi, Barbuta e Monachina appunto, per i quali sono stati utilizzati 3 milioni e 800mila euro del fondo PON Metro intercettati nel 2014 dalla Giunta guidata dal sindaco Ignazio Marino. E comunque non sono bastati. Ecco le cifre spese dal bilancio comunale. 

Sia per il progetto di superamento del Camping River (1.270.000 euro), che per il “villaggio” di Castel Romano (1.826.000 euro oltre a 1.500.000 euro per contributi economici), che per l’apertura e la gestione del “centro di raccolta” rom di via dei Codirossoni (1.030.000 euro) l’impegno di spesa previsto graverebbe sul bilancio comunale. Così come le spese per la raccolta dei rifiuti negli insediamenti (con una media di 1.500.000 euro annui), per le bonifiche degli insediamenti (con una media di 1.600.000 euro) annui, per i bagni chimici (con una media di 115.000 euro annui). In totale stando alle cifre fornite dal Comune all'Agenzia della Commissione Europea, si tratterebbe di circa 6 milioni di euro dichiarati, secondo invece i dati raccolti dalla 21 luglio la spesa si aggirerebbe intorno ai 10 milioni. 

L'appello al Campidoglio

Insomma, un fallimento su più fronti il pacchetto di politiche messe in campo per gestire la "questione rom". Una serie di azioni che hanno comportato una spesa pubblica priva o quasi di risultati. Per la 21 luglio da fermare al più presto: "Chiediamo una battuta di arresto delle future azioni programmate per consentire in tempi brevi l’istituzione di un Tavolo cittadino dove, in un dialogo con le diverse realtà operanti nelle baraccopoli e i soggetti che li abitano, si possano rileggere le azioni del Piano"

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