Residence, la chiusura è una chimera: fallito il bando per i Sassat

La denuncia di Unione Inquilini: "Inammissibili le uniche due offerte"

Il residence di via Tineo

La chiusura dei residence per l'emergenza abitativa è sempre più simile a una chimera. L'avviso pubblico lanciato dal Campidoglio per reperire 800 alloggi destinati alle famiglie attualmente ospitate nei Centri di assistenza alloggiativa temporanea non ha prodotto alcun risultato. Questa mattina, quando la commissione per la valutazione delle offerte economiche ha aperto le buste con le uniche due offerte pervenute, relative a un centinaio di alloggi dislocati su due immobili, non ha potuto far altro che dichiararle inammissibili. 

Lo spiega il sindacato Unione Inquilini, presente presso il Dipartimento Politiche Abitative: "La prima per mancanza di documentazione e la seconda, quella della società “Ten Immobiliare” (propritaria della struttura di via Tovaglieri, ndr) per eccessiva  offerta economica" si legge in una nota. "La società ha infatti presentato un'offerta che supera di 0,50 centesimi di euro il prezzo al metro quadro stabilito dal bando". Il risultato è un vero e proprio buco nell'acqua.

Il prezzo a libero mercato messo sul piatto dal dipartimento Politiche Abitative non è bastato per convincere i proprietari di abitazioni sfitte, partendo da un minimo di 10 ad un massimo di 50. Il risultato è uguale a quello ottenuto dalla gara europea lanciata dalla precedente amministrazione Marino che annunciò la decisione di chiuderli ormai nel lontano 2013: andò deserta. Anche oggi, a distanza di oltre due anni, l'operazione può dirsi fallita. Il Servizio di assistenza e sostegno socio alloggiativo temporaneo, i cosiddetti Sassat, era destinato alle famiglie con i redditi più bassi e prevedeva anche l'affiancamento dell'assistente sociale. Le famiglie ammesse alla misura si sarebbero dovute trasferire entro il 2 febbraio ma è ormai chiaro che l'ennesimo tentativo di svuotare i residence slitta a data da destinarsi. 

Un piano B all'orizzonte non c'è. E il piano per l'emergenza abitativa che l'amministrazione ha annunciato ormai mesi fa, è scritto in una delibera, è slittato a giugno. All'amministrazione non resta altro che impiegare i 12 milioni di euro destinati all'operazione Sassat per pagare gli affitti dei residence che rimarranno aperti. Ad oggi le strutture ancora piene sono 27 e costano all'amministrazione circa 30 milioni di euro all'anno. Molte di queste hanno contratti di affitto già scaduti o in scadenza entro il 2018. Per questo, in attesa di trovare una soluzione, si procederà in proroga. Intanto, come confermato da più fonti a Romatoday, nei residence proseguono le richieste di sgombero per chiunque presenti qualsiasi irregolarità. Come la storia di Veronica, raccolta dal nostro quotidiano, esclusa perché 20 anni fa, in attesa della prima figlia, anche allora era senza una casa, 'appoggiò' la residenza presso l'alloggio popolare del cognato. Per tutti gli altri resta in vigore il buono casa, un aiuto all'affitto introdotto dalla precedente amministrazione e mantenuto da quella di Virginia Raggi, che però non è mai decollato pienamente. 

“Per avviare la chiusura dei residence serve un piano generale strutturale" il commento di Guido Lanciano, Segretario Unione Inquilini Roma. "Quello di oggi è un fallimento annunciato. Non riusciamo ad incrementare il “buono casa”, però si continuano a sperperare ingenti risorse  nei Caat per i quali ogni mese per ogni famiglia l’Amministrazione comunale di Roma spende dai 2000 ai 4000 euro. Uno spreco di risorse inammissibile che potremmo  investire in politiche abitative programmatiche efficaci, basate sul recupero e sull’autorecupero dell’immenso patrimonio immobiliare pubblico e privato inutilizzato, delle quali decine di migliaia di famiglie in grave disagio abitativo avrebbero assolutamente bisogno". Un bisogno che, per il sindacato, potrebbe spingersi fino alla requisizione: "Dovremmo inoltre iniziare a prevedere, tenendo conto che a Roma vi sono 50 mila case vuote anche da anni, la requisizione delle case sfitte della grande proprietà immobiliare".

"Che il bando sarebbe andato deserto era quasi sicuro dal momento che c'era già stato un tentativo con la precedente amministrazione ed è andato male. Per quale motivo ritentare?" il commento di Elisa Ferri, del coordinamento dei residence. "Si continua a pubblicizzare la chiusura dei Caat ma allo stesso tempo non si abbandona la strada del buono casa che rappresenta una risposta per poche famiglie. L'unico modo per svuotare i residence è assegnare le case popolari e recepire la delibera regionale sull'emergenza abitativa. Ogni altra alternativa è superflua". Conclude Ferri: "Intanto si continua a buttare fuori la gente dai Caat anche per quisquiglie con il sospetto che si voglia sfoltire il più possibile quanti vivono in queste strutture". 

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Intanto in mattinata alcune famiglie del Caat di Valle Porcina hanno protestato il Consiglio del X Municipio, occupando l'Aula sostenute dalla formazione di estrema destra, Casapound, che all'ultima tornata elettorale è entrata nel miniparlamento del municipio del litorale: "Alla luce degli imminenti sgomberi previsti al residence di Acilia, questa mattina in Consiglio si sarebbe dovuto discutere urgentemente di questa situazione" ha spiegato Luca Marsella, consigliere comunale. 

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