Caos affrancazioni, storia di un acquirente: "Pago ancora il mutuo, ma oggi la mia casa vale un terzo"

Parla l'acquirente della 'sentenza Perinelli' a cui è stato riconosciuto solo il prezzo di affrancazione

Immagine di repertorio

“Ci siamo svegliati un giorno e siamo stati informati che la casa acquistata dieci anni prima valeva un terzo di quanto l’avevamo pagata”. A parlare è una delle migliaia di persone che negli ultimi vent’anni ha acquistato un alloggio realizzato nei piani di zona della Capitale a prezzi di mercato. Invece si trattava di immobili costruiti grazie a sovvenzioni pubbliche, destinati ad essere acquistati da famiglie con redditi bassi a prezzi vincolati da convenzioni stipulate con il comune. Dopo il primo acquisto, però, queste case sono state rivendute a prezzi di mercato mandando in fumo milioni di euro di soldi pubblici destinati alle politiche abitative. 

Passati cinque anni, la prassi, il Comune dava il nulla osta alla vendita, i notai firmavano. È accaduto anche dopo il 2011, anno in cui con una legge è stato introdotto il meccanismo dell’affrancazione, una sorta di tassa da versare all’amministrazione per ‘liberare’ l’immobile da tale vincolo. Nel settembre del 2015 una sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ribalta tutto: questi alloggi sono stati realizzati per far fronte al disagio economico cittadino, il prezzo doveva restare calmierato e non esaurirsi con la prima compravendita. L’effetto è immediato: il valore di migliaia di queste costruzioni crolla di circa un terzo.

Tra questi c’è anche l’appartamento di Antonio (nome di fantasia perché il diretto interessato preferisce rimanere anonimo). Anche se la sua storia, tra le migliaia sparse in tutta Roma, si distingue da tutte le altre. Mentre decine di venditori sono stati condannati a risarcire gli acquirenti della differenza tra il prezzo calmierato a cui avevano acquistato l’immobile e il prezzo di mercato a cui l’avevano rivenduto, ad Antonio il giudice ha riconosciuto solo la cifra per l’affrancazione. Stiamo parlando della cosiddetta ordinanza Perinelli, divenuta ormai famosa tra quanti negli ultimi mesi si sono ritrovati a fare i conti con l’eredità di queste compravendite.

Una vicenda complessa che coinvolge, si stima, circa 250 mila famiglie solo a Roma e che sta intasando di cause le aule dei tribunali e di richieste di affrancazione gli uffici capitolini dove la lavorazione delle domande sta proseguendo a rilento. Molti gli attori in campo: dalle famiglie coinvolte ai notai passando per le agenzie immobiliari, senza dimenticare l’amministrazione comunale. Ognuno con le sue funzioni e le sue responsabilità.

Romatoday ha già raccontato la storia di molti venditori che, a distanza di anni, si sono ritrovati a dover restituire cifre molto alte, che in alcuni casi hanno raggiunto anche i 300 mila euro, pari alla differenza tra la somma impiegata per l’acquisto e quella ricavata dalla vendita. Per anni, è stato spiegato, “questa era la prassi”. Oggi la restituzione di queste ingenti somme si è trasformata in un vero e proprio tracollo economico per molte famiglie. Le loro storie hanno avuto un grande risalto mediatico.

“Raccontando la vicenda solo in questo modo però i compratori sembrano degli approfittatori che hanno colto l’occasione di farsi risarcire” lo sfogo di Antonio. “Quando invece siamo noi ad aver subito un grave danno economico”. Per questo ha deciso di raccontare la sua storia. Quella di chi, anni fa, ha acquistato un immobile a prezzo di mercato anche se sul quel ‘mercato’ l’immobile in questione non ci sarebbe dovuto stare.

“Tutto ha inizio nel 2016 quando dei conoscenti ci informano che la casa che avevo acquistato insieme a mia moglie nel 2006 aveva il valore vincolato ad una convenzione con il Comune” racconta. “Nessuno al momento dell’atto di vendita ci aveva messo al corrente di questo particolare. Sapevamo che si trattava di case realizzate in diritto di superficie ma la convenzione non è stata allegata”. Come raccontato più volte da Romatoday, gli uffici capitolini rilasciavano ai notai una sorta di nulla osta alla vendita a prezzo di mercato e i notai rogitavano. 

“Nel 2006 ho pagato il mio appartamento ‘tre camere e cucina’, situato nella zona Mostacciano, 275 mila euro. Oggi ne vale 100 mila. Lo sto ancora pagando: ogni mese verso una rata del mutuo da più di 1400 euro. Finirò di pagarla nel febbraio del 2025. Gli interessi ammontano a 75 mila euro. E intanto la mia casa vale un terzo”. Non solo. “A causa di questo mutuo oggi non ho la possibilità di chiedere ulteriori somme in finanziamento per soddisfare i bisogni del nucleo familiare che oggi, oltre a mia moglie, è composto anche da un figlio piccolo”. 

Venuto a conoscenza della situazione, Antonio decide di contattare i venditori. “Abbiamo cercato di metterci d’accordo per sanare questa situazione e raggiungere con una mediazione una cifra che potesse in qualche modo ristorarci del danno subito. In fondo avevano acquistato quell’abitazione nel 1994 pagandola in lire e a prezzo calmierato mentre poco più di dieci anni dopo l’hanno rivenduta in euro e a prezzo di mercato. La differenza supera i 150 mila euro”. 

La mediazione però non è andata a buon fine. “Per questo ho deciso di proseguire con la causa: era l’unico modo per farmi riconoscere il danno subito. Però non posso sopportare che tutti quelli che hanno deciso di intraprendere questo iter vengano descritti come coloro che hanno intenzione di speculare”.

Il riferimento è a quella che è stata definita ‘speculazione inversa’ che si potrebbe generare là dove un acquirente da un lato venisse ricompensato della differenza versata, per esempio con 150 mila euro, e dall'altro, per una cifra di gran lunga inferiore che di solito oscilla tra i 10 e i 40 mila, decidesse di avvalersi dell’affrancazione e ‘liberare’ il bene dal valore vincolato. “Noi però il danno l’abbiamo già subito” ribatte Antonio. “La speculazione nei nostri confronti già c’è stata, lo scrive nero su bianco anche la Cassazione. Perché allora la parte dei ‘cattivi’ in questa storia la dobbiamo fare noi? A noi quelle cifre sono già state sottratte per tanti anni. Senza considerare che oggi è diventato impossibile vendere. Tutti conoscono la situazione di queste abitazioni e la confusione è tale che nessuno più vuole acquistare, anche se un alloggio è già stato affrancato. I venditori, se credono di essere stati danneggiati, si rifacciano su coloro che hanno autorizzato l’atto di vendita”. 

Antonio si appellerà alla sentenza che gli riconosce la restituzione del solo prezzo di affrancazione. “Il giudice ha tenuto in considerazione il fatto che la mia casa è stata acquistata prima del 2011 e che quindi il venditore non la poteva affrancare, ma non che il vincolo del prezzo massimo di cessione c’era già. Non solo. L’affrancazione è una facoltà, non un obbligo. Io non voglio vendere la mia casa e non ho mai manifestato la volontà di affrancarla. Mi viene riconosciuto qualcosa che non ho mai chiesto. È stato stabilito che quelle somme sono state acquisite illegittimamente. È mio diritto chiederne la restituzione”. 

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