Casa, l'odissea di Rita: 26 anni in attesa di una casa popolare

La prima domanda è stata presentata nel 1986. La seconda nel 2012: "Voglio solo un posto dove vivere in tranquillità"

Immagine di repertorio

Rita ha presentato la prima domanda di casa popolare nel 1986. Ha tra le mani un ritaglio del giornale Il Tempo del 29 novembre del 1993 in un servizio sul disagio abitativo romano. Aveva 29 anni. Sotto la fotografia è riportata una sua dichiarazione: “Convivo insieme ai miei genitori e ho un bambino. Ho presentato la domanda sette anni fa ma senza risultati”. Quell’assegnazione non è mai avvenuta. “Non ho mai saputo che fine ha fatto la mia pratica”. Nel 2012 ha presentato un’altra domanda. Sono passati sette anni un’altra volta eppure Rita una casa vera ancora non ce l’ha. In mezzo è trascorsa una via crucis abitativa, appesantita da difficili vicende familiari. La sua condizione, da ormai due anni, ha assunto un nome ufficiale: via Modesta Valenti, la residenza fittizia che viene assegnata ai senza tetto. “Non posso fare altro che farmi ospitare da amici e parenti. Sono davvero stanca, vorrei solo una casa dove poter immaginare di trascorrere una vita tranquilla”, racconta. “A settembre anche i miei figli sono stati sfrattati. Se avessi un appartamento, anche un buco, potremmo vivere tutti insieme e pensare al futuro”. Invece è proprio il futuro che la terrorizza. 

Rita ha passato quasi tutta la sua vita nella zona del Trullo. Tranne all’inizio degli anni novanta quando, dopo tanto tempo in casa con i genitori e il figlio piccolo, cinque persone in tutto, si era trasferita nell’occupazione di alloggi degli enti previdenziali in via del Tintoretto, oggetto di un violento sgombero da parte delle forze dell’ordine. Era il 10 gennaio del 1994. “Non potrò mai dimenticare quel giorno”, il racconto. “Mio padre era morto la sera prima e io e mio figlio, che aveva ormai sei anni, eravamo di nuovo senza un posto dove vivere”. Rita aveva trent’anni. “Sono tornata a casa da mamma in via della Magliana. Poi ho cercato di recuperare il rapporto con mio marito, cercavo sempre di tenere calma tutta la famiglia. E alla fine mi sono trasferita con lui nell’alloggio di servizio di una scuola della zona dove lui faceva il portiere per conto del Comune di Roma”. 

Non sono stati anni facili. “Negli anni dopo lo sgombero ho sofferto di depressione, sono stata ricoverata diverse volte tanto che oggi, se ci ripenso, non riesco a ricordare tutti i particolari”. Nel 1997 nasce il suo secondo figlio. Passa il tempo e qualche anno fa Rita si separa dal marito. I figli restano con il padre nell’alloggio di servizio e per lei ricomincia il calvario abitativo. “Lavoro come cuoca nelle scuole, ho un contratto di tre ore al giorno, prendo un po’ più di 400 euro al mese. Se riesco a fare gli straordinari sono fortunata”. Per Rita è impossibile trovare un’altra casa. 

Così nel 2012 presenta per la seconda volta, a distanza di 26 anni, una seconda domanda di accesso a una casa popolare. È idonea e viene inserita in graduatoria con 15 punti. “Questo numero però non tiene conto dei 17 punti che vengono riconosciuti a quanti sono in emergenza abitativa”, denuncia. Anche i servizi sociali dell'XI municipio scrivono al dipartimento Politiche abitative. La comunicazione porta la data del 10 aprile 2019. “Si fa presente che la signora ha continuato ad essere assistita economicamente da questo servizio fino all'anno 2018 ed ha presentato un grave disagio abitativo, determinato da una sistemazione provvisoria”. Si tratta di un “box auto, adattato ad abitazione” e “in presenza di servizi igienici”. Dopo due anni, all'inizio del 2019, Rita lascia il garage e si trasferisce in una stanza, all'interno di un appartamento con altre persone, “grazie all'aiuto economico erogato dal servizio sociale”. Ma se ne è andata per “problemi di convivenza” con gli altri coinquilini. 

In un secondo documento, che porta la data del 4 luglio 2019, i servizi sociali ribadiscono lo stato di necessità di Rita. Si legge nel foglio, “è stata seguita in anni passati dall'ufficio minori ed è ritornata al servizio sociale da aprile 2016 per presentare le sue problematiche di tipo socio-economico/lavorative e alloggiative ed è assistita economicamente dall'Ufficio adulti per il suo stato di bisogno”. E ancora: “È stata riconosciuta invalida al 50 per cento ed è seguita tutt'ora anche dal servizio specialistico della Asl di via Portuense 571”. 

Nonostante la documentazione depositata presso il dipartimento Politiche abitative Rita non è ancora riuscita a otterene risposte in merito all'aggiornamento il punteggio. “Sono stata di persona presso gli uffici del Comune ma senza ottenere nulla. Mi sono sentita trattata male”. Dal plico di documenti raccolti da Rita negli anni spunta anche un foglietto stropicciato con la scritta: “Deve andare al servizio sociale dell'undicesimo municipio e chiedere della Sala operativa sociale”. Il percorso consigliato, nella migliore delle ipotesi, permetterebbe a Rita di trovare un posto in una casa famiglia. Di un appartamento non se ne parla. Contattata da Romatoday l'assessora alle Politiche abitative e Patrimonio Valentina Vivarelli ha dichiarato di aver a cuore situazioni come quelle della signora Rita. Il Dipartimento Patrimonio, fanno sapere, sta seguendo la pratica con la massima attenzione

A settembre la situazione di Rita peggiora. I suoi figli vengono sfrattati dall’alloggio di servizio della scuola di proprietà del Comune in quanto la figura del portiere era stata soppressa ormai da tempo. “Sono stati cacciati senza alcuna alternativa. Li hanno sbattuti per strada senza preoccuparsi delle loro condizioni. C’erano solo forze dell’ordine, nemmeno il servizio sociale. Ora non hanno un posto dove stare. Sono la loro mamma, non posso vederli così. Sono preoccupata per quello che potrà succedere. Ci sono tanti appartamenti popolari vuoti in questa città, anche al Trullo. Voglio solo una casa, anche un buco, per poter vivere con loro in tranquillità”. 

"L'odissea di Rita è la stessa odissea che vivono quotidianamente migliaia di cittadini, giovani e anziani", commenta Angelo Fascetti di Asia Usb "vittime dell'indifferenza delle Istituzioni e della mancanza di una politica che garantisca il diritto alla casa". 

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