Da Trastevere al Celio: le case di Alberto Sordi a Roma

Nato al di qua del Tevere, Albertone ha sempre vissuto nella Città Eterna, dominandola dall'alto della sua villa, silenziosa e austera, sulla collina di via Druso

Il grande slargo su cui confluiscono via Cristoforo Colombo, viale delle Terme di Caracalla e via Druso si chiama piazzale Numa Pompilio ma per molti romani quel luogo è identificabile molto più semplicemente come "casa de Alberto Sordi". Incastonata fra l'Appia Antica e il Parco Egerio e abitata durante il ventennio del gerarca Dino Grandi, la villa di via Druso fu acquistata da Albertone nel 1958 per 80 milioni di lire, "soffiandola" all'amico Vittorio De Sica.

Ma Alberto Sordi nacque trasteverino, in un palazzo che oggi non esiste più. Figlio dell'insegnante Maria Righetti e di Pietro, basso tuba dell'orchestra del Teatro dell'Opera di Roma, Sordi venne alla luce il 15 giugno 1920 al numero 13 di via San Cosimato, la stradina che congiunge piazza Santa Maria in Trastevere e piazza san Cosimato. Questa "casetta de Trastevere" fu abbattuta agli inizi degli anni Trenta per far posto al gigantesco palazzo del Vicariato, costruito sui terreni regalati da Mussolini al Vaticano dopo i Patti Lateranensi e inaugurato nel 1934. A Trastevere c'è ancora chi si ricorda del piccolo Alberto, qualche compagno di giochi all'epoca in cui i "pischelli" correvano in strada dietro a un pallone, la compagnia che fu poi di ispirazione per "I compagnucci della parrocchietta". Una targa lo ricorda sul muro del condominio di via san Cosimato 7.

Prima di acquistare la villa di via Druso, Sordi visse con le sorelle in un appartamento nel cuore di Roma, alle spalle di ponte Sisto. Le sue finestre affacciavano su via delle Zoccolette, come quelle della casa della famiglia di Mario Verdone, padre di Carlo, che abitava nella "casa sopra i portici" di lungotevere dei Vallati 2.

L'incontro ufficiale tra Carlo Verdone e Alberto Sordi avvenne nel 1982 a una cena con Paolo Stoppa mentre quello ufficioso fu proprio a via delle Zoccolette, come Verdone ama ricordare e come ha ripetuto nel suo libro "La casa sopra i portici": “Curioso di vedere il faccione del mitico Sordi, nominato e celebrato continuamente, escogitai uno stratagemma per farmelo, finalmente, 'apparire'. Presi a bersagliare la sua finestra - a sei metri di distanza dalla mia - con dei sassetti presi dai vasi dei fiori... Fiducioso che prima o poi avrebbe aperto quelle imposte sempre chiuse. Il risultato fu disastroso, ad apparire non fu lui ma il faccione della sorella Aurelia che con un vocione grido: 'A regazzì, se nun te ne vai te gonfio!'". Vista la grande somiglianza tra Sordi e la sorella, Verdone restò sempre con un dubbio: "Se Aurelia si fosse vestita da uomo poteva benissimo essere il fratello e viceversa. Erano identici anche nella corporatura. Da qui il dilemma: e se fosse stato proprio Alberto Sordi a dirmi 'Te gonfio'?". 

Aurelia poi ha aperto le porte della villa di via Druso alle cineprese di Carlo e Luca Verdone per il loro documentario "Alberto - Il Grande", quella villa sontuosa, austera, quasi inaccessibile, dove Sordi visse fino alla fine, e che i romani hanno spiato per anni, fermi al semaforo di piazzale Numa Pompilio, cercando di indovinare la figura del grande attore dietro le finestre.

Max Tortora scelse di ambientare la sua imitazione di Alberto Sordi ormai anziano, seduto in poltrona con la coperta di pile sulle ginocchia (perché le persone "a quest'ora riposeno"), sempre a criticare i "Nani Moretti" sognando auto sprint come la "Lancia Themena" e la "Giàvar", proprio nella penombra signorile e casalinga di quella villa. "La mia imitazione muore con lui", disse con rispetto Tortora quando Sordi morì dieci anni fa.

Nel suo libro, Verdone ha descritto l'interno della casa di Sordi quando vi entrò per la prima volta negli anni Ottanta.

"Da quella visita ebbi un'immagine della personalità di Sordi completamente diversa da quella che offriva in pubblico. Il rigore di quell'arredamento antico, severo, scuro, perfettamente geometrico, mi faceva percepire un'altra anima. Un'anima riservata, controllata, irrimediabilmente legata al passato e poco propensa al presente. Non ricordo di aver visto un quadro moderno, una scultura astratta o concettuale, un colore che svettasse sugli altri. Per Sordi la casa era una fortezza, un 'museo dei ricordi' in cui trovava quell'irrinunciabile rigore, disciplina e serenità dopo l'acclamazione della folla".

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