La sera dell’8 dicembre 1980, Mark David Chapman uccise John Lennon a New York, mettendo fine per sempre al mito dei Beatles ed alle speranze di milioni di fan, mai rassegnatisi allo scioglimento dei Fab Four. Ai poliziotti che lo arrestarono, agli inquirenti, Chapman non seppe dare una spiegazione convincente dei motivi che l’avevano spinto al gesto estremo. Di sicuro, Lennon e i Beatles erano stati parte della sua infanzia e della sua adolescenza.
Chapman era volato a New York, per compiere quella missione di morte, portando con sé un libro, dal quale, persino nei momenti della tragedia, non si sarebbe mai staccato: “Il giovane Holden”, di Salinger. Ed è col protagonista di quel racconto che sembra confondersi, in molti momenti, la storia stessa dell’assassino di Lennon, coinvolto in un processo di identificazione - forse inconsapevole - con Holden Caulfield.
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La piéce teatrale “The fool on the hill” (il titolo richiama una canzone dei Beatles - e non di Lennon - ispirata ad un personaggio fuori dal mondo, un po’ come il Chapman del 1980) si muove sulle tracce del percorso mentale travagliato dell’assassino di Lennon, provando a rifletterne le mille ansie, i dubbi, i sussulti, soprattutto associandone le forme ad una fitta serie di riferimenti beatlesiani, densi di significato.
Il soggetto ed il testo originali - scritti da Stefano Valanzuolo - traggono spunto dai verbali d’interrogatorio della Polizia di New York e dalle lettere e testimonianze dello stesso Chapman.
La musica dei Beatles, riproposta negli arrangiamenti per quintetto di Leo Brouwer e nella rilettura fantasiosa di Roberto Molinelli (c’è anche un breve pezzo per chitarra sola di Toru Takemitsu) fa da sfondo alle divagazioni mentali di Mark David Chapman - interpretato da Michele Riondino - senza assumere una valenza didascalica, ma rappresentando il riferimento drammatico, il contesto in cui prende forma e si consuma una vicenda dalle mille sfumature psicologiche.











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