Raphaël: I segni e il segno, la mostra alla Galleria Aleandri Arte Moderna

La Galleria Aleandri Arte Moderna, impegnata sin dal principio della sua attività nello studio di approfondimento sugli ambienti culturali romani del novecento, dedica un mostra personale alla pittrice e scultrice lituana, ma capitolina di adozione, Antonietta Raphaël Mafai; compagna di Mario e figura fondamentale nel trio di artisti (Scipione, Mafai, Raphaël) definito da Roberto Longhi, in un celebre articolo del 1929, Scuola di via Cavour. Nomignolo fortunato che, in breve tempo e con ulteriori inclusioni, si evolse in Scuola Romana.

La mostra, a cura di Cesare Terracina, inaugura domenica 15 settembre alle ore 12.00 in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica e si inserisce nel quadro di eventi che animano il quartiere ebraico dell'Urbe.
L'artista, proveniente da una importante famiglia Chassidica lituana (suo padre Rabbi Simon fu Rabbino itinerante della comunità di Kovno) fece patrimonio del ricco bagaglio di ritualità, folklore e suggestioni ebraiche, che lasciò emergere, con misura e poesia, nella sua produzione artistica, al punto che lo stesso Longhi la definì sorellina di latte dello Chagall.
Il complesso strato culturale di Antonietta Raphaël è l'oggetto di indagine dell'ispirato ed esaustivo saggio in catalogo del curatore.

In mostra una silloge di circa 70 opere (disegni, dipinti, sculture e incisioni) che coprono l'intero arco cronologico (1928-1975) della produzione dell'artista. Ricordiamo, fra le altre, i due ritratti a china su carta di Mario (Mafai) del 1928, il suo Autoritratto del medesimo anno, la bella scultura in cemento raffigurante Ermafrodito del 1936 ed un ricco Tempio del cielo dipinto ad oro e tempere in Cina, in occasione della celebre mostra sull'arte italiana a Pechino.

Oltre al già mensionato saggio di Terracina il libro che accompagna la Mostra ospita i contributi di Giuseppe Appella (curatore del Catalogo Generale della Scultura di Antonietta Raphaël) e della figlia minore dell'artista, Giulia Mafai, che impreziosisce il volume con una toccante e lucida testimonianza in cui racconta sua madre attraverso il filtro dei ricordi, ricordi duri ma non dolorosi, legati agli anni delle leggi razziali e delle deportazioni, vissuti a Genova con sua madre, rifugiate in casa di amici collezionisti:

... A Genova eravamo due donne sole, una quasi vecchia, l’altra non ancora donna, appena adolescente, la casa piena di echi era stata spogliata, vuota, fredda ed eravamo senza un soldo. Cavolo e castagne secche, si chiamavano castagnole, eppure non eravamo tristi, non potevamo esserlo, infreddolite, affamate ma non tristi, un lusso che non potevamo permetterci, avevamo troppe cose da fare. Soprattutto continuare a vivere, un’altra porta si era chiusa e lei raccoglieva i cocci di tutta una vita, di un grande amore finito, le figlie più grandi lontane, conquistate da grandi utopie, le sue sculture ridotte in pezzi abbandonate nelle sterpaglie del giardino, da ricomporre. Giulia Mafai

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