La Chiesa di San Saba e i monaci di Gerusalemme

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Il Rione San Saba, detto comunemente “Piccolo Aventino”, costituisce sin dall’antichità, una sorta di appendice nel destino urbanistico del colle maggiore. Popolatosi in ritardo nella Roma antica, ebbe prima un carattere popolare, poi – a seguito dell’allontanamento del porto, trasferito ai nuovi impianti imperiali oltre Ostia – fu ricercato per residenze di lusso. Completamente abbandonato nel medioevo, restò del tutto ai margini della città, coltivato a vigne, ma senza splendore di ville. Unico presidio furono i complessi conventuali, cinti da mura come fortilizi: San Saba e Santa Balbina. Il colle ha ripreso vita a partire dal 1911, in coincidenza con nuove esigenze di espansione della città e anche a seguito della bonifica della zona delle Terme di Caracalla. L’urbanizzazione, caso veramente felice, è stata quasi ovunque rispettosa, con caratteristiche di edilizia residenziale, prevalentemente per il ceto medio: essa, specie nella zona che circonda la chiesa di San Saba, ha lasciato ampi spazi verdi e si è attenuta a palazzine di non grande altezza. Quella gemma che è la chiesa di San Saba risulta incastonata nel verde. La intitolazione, poi, delle strade ai grandi artisti della Rinascenza e del Barocco sembra aggiungere un piacevole richiamo alla fantasia rievocatrice.
La chiesa di San Saba, dunque: questo centro spirituale si trova ancora oggi abbastanza isolato sul culmine del Piccolo Aventino, digradante fino alla zona delle Terme di Caracalla. Un destino di isolamento che ha maggiormente pesato nel passato, quando è rimasto per secoli in una campagna solitaria, per quanto dentro il cerchio delle antiche mura. Per questo motivo forse San Saba non ha avuto il prospero destino di altri cenomi conventuali come quelli dell’Aventino maggiore o del Celio. La storia di questa è stata particolare e l’unica sua ventura è stata quella di essere arrivata ai nostri giorni sostanzialmente ben conservata e ricca di testimonianze.
La tradizione parla di un cenobio in cui sarebbe vissuta Silvia, madre di san Gregorio Magno, la quale avrebbe inviato giornalmente al proprio figlio, residente sul Celio, un magro pasto di verdure, anche se fragranti e da lei stessa raccolte negli orti vicini. La storia e l’archeologia ci accertano della venuta nel VII secolo, in questo posto, di monaci orientali desiderosi di rinnovarvi il loro convento di Gerusalemme, che era stato fondato da san Saba nel secolo V ed era stato distrutto dalla conquista araba. I monaci fondarono altri monasteri a Roma – ad esempio quello alle Tre Fontane – e costituirono qui un oratorio che, nel corso del X secolo, si trasformò nella chiesa attuale. Questa però fu opera dei benedettini che avevano, in quel periodo, sostituito gli orientali. E, nel XII, a rimpiazzare i benedettini arrivarono i cluniacensi. Costoro restaurarono a fondo l’edificio, quasi ricostruendolo, e lo fecero ornare dai marmorari romani. Un altro intervento si ebbe verso il 1463 a cura del cardinale Francesco Piccolomini che fece sopraelevare il portico e costruire la tipica ampia loggia che riveste la facciata. Alla chiesa, che è sul punto più alto del colle e che si annuncia con un protiro del duecento, si arriva con una breve gradinata che porta ad uno spiazzo erboso – certo l’antico atrio – chiuso da muri, dove, in un’atmosfera di grande pace, il tempo si ferma. Il portico a pilastri che precede la chiesa è ricchissimo di sarcofagi antichi e di altro materiale archeologico. Una scaletta in un angolo scende al livello della chiesa primitiva, assai più piccola dell’attuale. Un bel portale del 1205 è opera di Giacomo, padre di quel Cosma che dette nome alla dinastia dei marmorari-mosaicisti cosmateschi. Il campanile, sulla sinistra della facciata, è tozzo ed emerge di poco perché è quel che avanza dopo un crollo di epoca remota. L’interno, ripristinato a seguito degli scavi condotti nel 1909 e delle successive sistemazioni, è a tre navate, divise da 14 colonne di spoglio assai variate e da archi. La navata centrale, sulla quale si distende un soffitto moderno a capriate in vista, è ricoperta, a modo di tappeto, da un bel lavoro cosmatesco. Altro lavoro cosmatesco è una parte della schola cantorum ritrovata negli scavi del 1909 firmata dal “magister” Vassalletto, ricomposta sulla parete della navata destra: affascinante per le lucenti riquadrature a mosaico e per la pezzatura di marmi raffinati, quasi un campionario di pietre rare. Sulla sinistra, si trova una cosiddetta “quarta navata” che deve essere in realtà un locale conventuale aggiunto successivamente alla chiesa. Vi sono resti di affreschi del XIII secolo. Altri affreschi della chiesa primitiva si trovano lungo il corridoio che conduce alla sagrestia. L’abside centrale deve aver perduto una decorazione musiva e ha invece una modesta decorazione ad affresco del 1575, anche se conserva una drammatica Crocefissione di un trecentista. Una Annunciazione del secolo XV si trova sull’arcone dell’abside. Il presbiterio conserva, poi, una cattedra marmorea con un magnifico tondo cosmatesco e un ciborio ricomposto con quattro belle colonne di marmo e una copertura ottagonale a colonnine. Al di sotto è la confessione. Accessibile dal portico esterno è l’antico oratorio con frammenti di pitture dei secoli IX e X.

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