La Bocca della Verità, un "tombino" molto speciale

Le curiose leggende che hanno reso celebre uno dei simboli di Roma più amati

C’è poco da fare, Roma è davvero straordinaria. Ogni sua pietra ci parla, continuamente, raccontandoci non solo la sua storia, ma anche le numerose leggende che danno quel tocco di magia in più ad una città già di per sé unica al mondo.

Tra queste, ce ne sono alcune in particolare che ancora oggi appassionano romani e milioni di turisti italiani e stranieri: quelle che circondano la Bocca della Verità

Realizzato in marmo pavonazzetto (così chiamato dalle caratteristiche venature violacee, simili a quelle nella coda del pavone), questo antico mascherone di epoca romana venne murato nel 1632 sotto il portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, nei pressi del Foro Boario. A condurci tra mito e immaginazione, ci pensa subito il volto scolpito nel marmo: barbuto, con occhi, naso e bocca cavi; probabilmente quello di un fauno urlante.

Sono diverse le funzioni attribuite nel tempo a questa curiosa scultura circolare del diametro di 1,80 metri, così come diversi sono i “poteri” che le sono stati, in più occasioni, riconosciuti. Tra le varie ipotesi, vi è quella che fosse adibita a chiusino di un’antica cloaca. Un’altra è che fosse utilizzata nella Roma Antica come tombino per la raccolta dell’acqua piovana, motivo per cui alcuni hanno individuato nel volto la figura di una divinità fluviale che aveva il compito di “inghiottire” l’acqua. Per altri ancora, invece, si trattava della copertura del pozzo sacro del tempio di Mercurio, presso il quale gli antichi commercianti romani si recavano per giurare la propria onestà durante una compravendita.  

Ad affiancare quest’ultima versione, vi è proprio una delle molte affascinanti leggende che accompagnano e animano la storia della Bocca della Verità sin dal Medioevo. In questo periodo, infatti, si cominciò a credere che la scultura avesse il potere di smascherare le bugie. Per tale motivo, gli indagati venivano condotti dinanzi al mascherone ed erano poi obbligati a introdurre una mano all’interno della sua “bocca”. In caso di innocenza, essi l’avrebbero ritratta indenne; in caso di colpevolezza, la bocca li avrebbe morsi, amputando la mano di netto. Più probabilmente i giudici, qualora fossero convinti della colpevolezza dell’indagato, incaricavano degli appositi giustizieri - muniti di lama affilata e nascosti dietro al mascherone - affinché eseguissero personalmente la macabra condanna.

Nell’XI secolo, i Mirabilia Urbis Romae - sorta di “guide turistiche” per pellegrini - già menzionano quest’antichissima struttura, attribuendole il potere di dispensare oracoli e prevedere il futuro.

Ma la leggenda senza dubbio più suggestiva legata al monumento, è quella che si diffuse nel XV secolo. Protagonista è una donna infedele che, condotta dal marito sospettoso dinanzi alla Bocca della Verità, riuscì con un’astuzia a sfuggire al potere rivelatore del mascherone. Il giorno della prova, d’accordo con l’amante - fintosi pazzo per l’occasione - la donna fece sì che quest’ultimo l’abbracciasse in pubblico; in tal modo poté giurare davanti a tutti di essere stata toccata nella sua vita solo da due persone: suo marito e quell’uomo che tutti avevano potuto vedere. Avendo detto la verità, la donna riuscì così a salvare la propria mano e a riconquistare la fiducia del marito.

L’incredibile suggestione che questi racconti continuano a suscitare fa capire quanto sia stretto ed intenso il legame tra storia e tradizioni popolari. Ancora oggi, la Bocca della Verità non smette di attrarre lunghe file di visitatori, desiderosi di “sfidare” il suo leggendario potere.

A rendere ancor più celebre la scultura, fu il film Vacanze Romane, con gli indimenticabili Audrey Hepburn e Gregory Peck. In una delle scene più famose della pellicola di William Wyler, i due protagonisti si recano proprio alla Bocca della Verità.

Non si può non concludere questo breve viaggio citando il celebre sonetto che Giuseppe Gioachino Belli dedicò a questo iconico monumento romano:

In d’una chiesa sopra a ‘na piazzetta
Un po’ ppiù ssu de Piazza Montanara
Pe’ la strada che pporta a la Salara,
C’ è in nell’entrà una cosa benedetta.
 

Pe’ tutta Roma quant’è larga e stretta
Nun poterai trovà cosa più rara.
È una faccia de pietra che tt’impara
Chi ha detta la bucìa, chi nu’ l’ha detta.


S’io mo a sta faccia, c’ha la bocca uperta,
Je ce metto una mano, e nu’ la strigne,
La verità da me tiella pe’ certa.


Ma ssi ficca la mano uno in bucìa,
Essi sicuro che a ttirà né a spigne
Quella mano che lli nun vie’ ppiù via.
 

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