“Il mondo cambia pelle?”, verso il XXIV Rapporto sull’economia globale e l’Italia

Lo studio annuale, curato dal Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi e sostenuto da UBI Banca,è stato presentato oggi presso la Residenza di Ripetta a Roma. E' stato discusso l’ampio studio dedicato agli scenari geopolitici ed economici internazionali, che il Gruppo Bancario sostiene per il decimo anno consecutivo

Si è svolta oggi a Roma presso la Residenza di Ripetta la presentazione de “Il mondo cambia pelle? - XXIII Rapporto sull’economia globale e l’Italia”, volume a cura di Mario Deaglio - che analizza i trend macroeconomici e le dinamiche geopolitiche degli ultimi dodici mesi, con uno sguardo allo specifico ruolo che l’Italia può assumere nell’attuale congiuntura economica e in relazione alle dinamiche internazionali - edito da Guerini e Associati.

Il lavoro si concentra sul mondo in mutazione, soprattutto l’Occidente al quale apparteniamo. Una frattura che corre lungo l’Atlantico: dalle elezioni in Europa alle sfide al commercio internazionale dell'America di Donald Trump; la difficile equazione tra lavoro e capitale a dieci anni dal crack Lehman Brothers; Mosca al bivio tra Washington e un’Asia sempre più cinese. E l’Italia, alla ricerca di una via tra la fine delle ideologie e nuovi paradigmi di sostenibilità non solo ambientale, ma politica, finanziaria e sociale.

L’incontro si è aperto con i saluti di Ettore Greco, Vicepresidente vicario Istituto Affari Internazionali. Mario Deaglio e Giuseppe Russo, coautori del Rapporto, ne hanno quindi esposto in sintesi i principali contenuti e fornito spunti di ulteriore riflessione con uno sguardo al futuro, anticipando alcune delle indicazioni e dinamiche che saranno oggetto di approfondimento della prossima edizione annuale dello studio.

L’incontro è stato quindi arricchito da una tavola rotonda che ha consentito il dibattito tra alcuni protagonisti del mondo imprenditoriale e finanziario. Vi hanno partecipato Fabio Massimo Bombacci, Presidente e Amministratore Delegato Elettra Investimenti, Ivana Ciabatti, CEO Italpreziosi, Alfonso Marra, CEO Klopman International, e Victor Massiah, Consigliere Delegato UBI Banca.

La discussione è stata moderata da Osvaldo De Paolini, Vicedirettore de Il Messaggero.

L’appuntamento di Roma – organizzato in collaborazione con IAI, Istituto Affari Internazionali - conclude il ciclo di incontri organizzati da UBI Banca dedicati alla presentazione del Rapporto che, da gennaio, ha toccato ben 25 città in tutta Italia coinvolgendo nel dibattito rappresentanti delle istituzioni, del mondo professionale e dell’imprenditoria.

Di seguito in sintesi alcune delle principali aree di interesse approfondite dal XXIII Rapporto sull’economia globale
e l’Italia:

1. Lo scenario economico americano e il complicato 2018 dell’Europa
2. L’evoluzione del lavoro
3. Il riassestamento delle relazioni tra potenze mondiali
4. La posizione dell’Italia 

Stati Uniti ed Europa

Formalmente protagonista della scena mondiale, l’economia americana ha tuttavia preso a scricchiolare. La ripresa, una delle più lunghe della storia della congiuntura americana, è anche quella meno intensa, ossia con la minima crescita media annua del Pil. Crescendo a due cifre, l’economia digitale distrugge molti posti di lavoro nei settori in cui è presente, come sta accadendo da anni nella distribuzione. Inoltre, la ripresa americana non ha fatto tornare gli investimenti reali (in proporzione al Pil) ai livelli pre-crisi. Mentre gli Stati Uniti cercano di ristabilire un primato economico nel mondo, faticando però non poco nell’equilibrio interno del loro sistema, l’Europa ha attraversato nel 2018 un anno difficile. Le proteste in Francia, la negoziazione di una Brexit che non presenta scenari favorevoli in qualsiasi caso essa si risolva, la crisi dei migranti e l’esito delle elezioni fanno da sfondo a un’economia dalle prestazioni non esaltanti, largamente affetta dagli squilibri interni della domanda dovuti ai record commerciali tedeschi, con una produttività che cresce meno rapidamente del passato perché l’Europa non riesce a trasformare in innovazioni e imprese commerciali la propria produzione scientifica, di quantità e qualità paragonabile a quella americana. Inoltre, con la bassa crescita l’unico modo di tenere sotto controllo i bilanci pubblici è l’austerità, che, quasi ovunque, ha prodotto o produce carenze delle infrastrutture e tagli o sofferenze allo Stato sociale.

Il lavoro

Il mondo del lavoro presenta numerosi aspetti di una crisi percepita sia a livello di sistema sia come esperienza diretta di singoli lavoratori e nuclei familiari. Il tasso di sottoutilizzazione, che somma alle persone disoccupate anche quelle inattive e gli occupati part-time “involontari” (ossia quelli che sarebbero disponibili ad aumentare l’orario di lavoro), nel 2016 si è attestato nei paesi OCSE al 28,1 per cento (+1,3 punti percentuali rispetto al 2006). Lo status che ha maggiormente concorso alla crescita del tasso di sottoutilizzazione è la diffusione del lavoro part-time involontario. La quota di occupati dipendenti che si trovano in questa condizione è aumentata nei paesi OCSE di almeno un terzo, dal 3,2 per cento del 2006 al 4,3 per cento del 2016. Le ragioni del maggior ricorso del lavoro a tempo parziale sono molteplici: la persistente debolezza della domanda, l’aumento della partecipazione femminile alle forze di lavoro (che, in assenza di politiche e servizi a supporto della conciliazione, può determinare un ricorso forzoso all’orario ridotto), la contrazione dell’occupazione nei settori industriali (in cui è più frequente il ricorso al tempo pieno), e l’espansione dei servizi (ad esempio il turismo e i servizi personali, in
cui la flessibilità di orario è molto diffusa).
 

La nuova stagione nelle relazioni internazionali: un tripolarismo USA-Cina-Russia

Il 2018 potrebbe passare alla storia come l’anno dei vertici politici al massimo livello. Soprattutto per gli Stati Uniti: uno strumento, secondo il loro presidente Donald Trump – che li predilige, meglio se in forma bilaterale, per far valere più facilmente il suo strapotere geo-politico ed economico-commerciale nel negoziato diretto – con cui cercare di rilanciare la leadership globale di Washington all’insegna dell’obiettivo Make America great again. Da questa serie d’incontri l’America non è però uscita molto bene, confermando il sospetto, tra amici e rivali, che il suo predominio globale sia in declino.  L’intera struttura della democrazia liberale – promossa dagli Stati Uniti dopo la II Guerra Mondiale come il loro più efficace strumento di “soft power”, grazie alle istituzioni internazionali connesse, in genere emanazione dell’Onu – è oggetto di continue erosioni sostanziali, anche se il numero di Paesi retti da democrazie è più che triplicato, da 35 nei primi anni Settanta agli oltre 105 attuali. Lo scenario di fondo sembra dominato da un confronto “tripolare” con Cina e Russia (ritenuti gli avversari più pericolosi), la cui alleanza in via di consolidamento da un ventennio è però indebolita dalla posizione sempre più subordinata che Mosca va assumendo rispetto a Pechino e dalla consapevolezza che, a lungo termine, la Siberia, ricca di materie prime ma quasi priva di popolazione, potrebbe essere “divorata”, prima economicamente e poi politicamente, dalla Cina.

L’Italia

In questo contesto globale ed europeo, l’Italia ha attraversato il 2018 all’insegna del rallentamento. A questo hanno concorso cause internazionali, legate al peggioramento del commercio internazionale dovuto ai protezionismi, ma non solo. In realtà, la ripresa italiana non è stata completa, perché è iniziata dopo il 2012, perché non ha interessato tutti i settori (per esempio l’edilizia è ancora un ‘convalescente debole’) e perché non ha potuto essere affiancata da un’espansione fiscale significativa, come è accaduto a tutti i paesi nel 2009-2010. Tra le cause della ripresa incompiuta, l’insufficiente investimento in rapporto al Pil, e l’allargamento del divario tra
nord e sud.
 

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