Riders, non chiamateli fattorini: "È un lavoro precario, ma guadagniamo bene"

Le esperienze di Simone e Roberto, entrambi riders per due aziende diverse: uno accetterebbe il contratto annunciato dal presidente Zingaretti, l'altro no. Ecco perché

Dal Ministro del Lavoro Luigi Di Maio al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, i rappresentanti nazionali e locali delle istituzioni dicono di aver segnato sotto la voce “priorità” la questione riguardante il lavoro digitale, che negli ultimi tempi s’è incarnato in una parola: “rider”.

Abbiamo parlato con alcuni di loro e il quadro socio-economico venuto fuori da queste interviste non combacia con quello sbandierato e denunciato da più parti. Almeno non del tutto. E neanche il profilo del "classico fattorino" è tracciabile. C’è una differenza di genere sostanziale nel senso che trovare una “rider” donna è statisticamente quotato 1 a 100 ma, per il resto, come età, estrazione sociale, formazione, pare esserci di tutto. Dallo studente che arrotonda al 50enne che ha perso (o lasciato) il lavoro precedente.

Simone, 35 anni, Glovo

“Faccio questo lavoro da fine settembre scorso – esordisce Simone, un ragazzo in attesa di nuove consegne da fare per Glovo Ero andato via da una pizzeria perché non mi pagavano più. Avevo un motorino e già l’idea di mettermi a fare il pony express quando, su un noto sito di annunci, trovo l’offerta di Glovo. Inizialmente pensavo di farlo come secondo lavoro continuando ad occuparmi principalmente di cucina, poi vedendo che la paga orario era abbastanza buona, con una media oraria di 9 euro, ho cambiato idea. Naturalmente tutto dipende dagli ordini, ma quelli non mancano”.

Trovarlo in “pausa” infatti è stato strano, perché lui è uno stakanovista e anche perché la società Glovo non si occupa solo del settore food, ma opera consegne di ogni genere da Roma Sud a Roma Nord, per quanto riguarda la capitale. “Io mi trovo bene, è una nuova modalità di lavoro alla quale ci si deve abituare, perché è ripetitiva ed usurante; ma qui scelgo io i miei orari tramite un calendario online. Ognuno, in base al punteggio che ha accumulato, può prenotare le migliori fasce orarie, dalle 9 di mattina fino alle 3 di notte, per un massimo di 13 ore al giorno”.

Tredici? “Sì, ma puoi lavorare anche un’ora a settimana, dipende da te e dalle tue esigenze. Anzi, dato che ora siamo sempre di più, i nuovi con punteggio basso a volte rischiano di non trovare abbastanza ore libere”. Da qui l’idea di iscriversi a più piattaforme contemporaneamente: “Sì, anche io l’ho fatto, con Deliveroo. Mi hanno inviato cubo ed equipaggiamento, ma è ancora tutto imballato perché lavoro così tanto con Glovo che non ho mai ore da coprire”.

Simone lavora tanto, ma non guadagna poco quanto si è portati a pensare: “Io arrivo a 2500 euro al mese, a cui tra usura del mezzo, benzina e tasse bisogna togliere al massimo 5-600 euro”. Di conseguenza 1900-2000 euro, al “rider” Simone, che gira con il suo motorino 13 ore al giorno, entrano puliti. Chi scrive e molti altri come lui, pur lavorando le stesse ore, queste cifre non le hanno non solo mai viste, ma neanche potute immaginare.

Ma arriviamo alla domanda fatidica, alla quale non tutti hanno risposto come ci si aspetterebbe: accetteresti un contratto per avere maggiori garanzie come quello che pare essere all’orizzonte, anche se ciò dovesse comportare un guadagno inferiore? Saremmo sicuramente più tutelati e avremmo meno pressione nel fare le consegne, quindi io accetterei anche se dovessi guadagnare in meno. Avrei ferie, malattie etc., invece ora devi gestirti in tutto e per tutto ed essere molto previdente. Se resti senza soldi per mettere benzina non lavori e quindi non guadagni; capita spesso che tra di noi qualcuno chieda un piccolo “prestito” per la benzina”.

Roberto, 47 anni, Deliveroo

Così parlò Simone, facendoci ricredere su diverse cose. Mai quanto Roberto però, 47enne “rider” per la tanto discussa Deliveroo, dopo un’esperienza con Glovo. Lui con noi proprio non voleva parlarci, inizialmente. “Ma sì perché non sei il primo giornalista che viene, volete farmi dire che siamo schiavi sfruttati e malpagati, ma le cose non stanno così”. Boom. E si continua: “Sono tredici mesi che faccio questo lavoro, prima ero operaio, guadagnavo, con il tanto amato contratto, 950 euro al mese e lì si che ero sfruttato.

Invece adesso? “Adesso? Guarda qua! - dice ponendo in bella mostra lo schermo del suo smartphone aperto sull’app di lavoro – questo è quello che ho guadagnato finora. E sai quanto arrivo a prendere al mese adesso? 2800 euro, lavorando 8-9 ore al giorno, non di più. Non c’è paragone con l’azienda precedente che mi faceva correre da Roma Nord a Roma Sud. Adesso lavoro per zone, copro sempre la stessa e posso decidere di saltare il turno che avevo prenotato fino ad un minuto prima. E qui poi ho trovato molta più umanità che nell’azienda per la quale facevo l’operaio”. Roberto ebbe dei problemi in famiglia e quindi tramite il referente di zona, parlò con la sede centrale di Milano, dicendo che per un periodo avrebbe potuto lavorare solo in determinate ore e in una determinata zona ristretta. “Mi dissero di sì subito, senza neanche farmi pesare la cosa”.

D’altronde, con oltre mille richieste di lavoro a settimana, per la società non deve essere stato difficile sostituire gli orari e le aree lasciate libere da Roberto, che rispetto a Simone di contratto proprio non vuole sentir parlare ed anzi accusa:Molti di quelli che inscenano le manifestazioni non hanno mai fatto i “riders”. Se mi proponessero un contratto con più garanzie ma meno guadagno? Io rifiuterei, preferisco mettermi da parte qualcosa in autonomia. Sono consapevole che questo è un lavoro precario, ma credo che oggi difficilmente si trovi un lavoro che, in pratica, non lo sia”.

Ma allora è tutto rose e fiori, caro Roberto? “No, io parlo della mia azienda. Già quando ho lavorato con Glovo la situazione era diversa. E so che con Foodora e altre società le condizioni peggiorano. Ma è sbagliato generalizzare e condannare indistintamente questo tipo di lavoro perché ne esistono tantissimi altri, riconosciuti ed accettati da tempo, molto, ma molto più degradanti e scadenti di questo. Quindi credo sia inutile puntare il dito se prima non si cambia il sistema lavoro in Italia”.

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