Mediaworld a Roma, dopo i 45 licenziamenti si lotta per evitarne altri 120

Tra le proposte dei sindacati, l'attivazione di contratti di solidarietà. L'Usb, esclusa dalle trattative, ma presente con un presidio, chiede di rivedere le spese interne. A Roma, dopo i 45 licenziamenti della Romanina, a rischio sono in 120

Presidio del sindacato Usb, questa mattina, davanti al centro congressi di via Cavour, per far sentire anche la propria voce sulle trattative con i vertici di Mediaworld sul destino dei 900 lavoratori in esubero in tutta Italia. In via Cavour sono in corso le trattative fra Cgil, Cisl e Uil e i vertici della catena tedesca. Usb fuori, perché l'azienda non lo riconosce, anche se rappresenta il maggior numero di lavoratori della catena.

La trafila dei lavoratori Mediaworld è iniziata lo scorso 24 aprile, quando l'azienda ha annunciato la chiusura di 7 punti vendita italiani e la messa in esubero di 906 dipendenti in tutto il Paese. A Roma la chiusura è già arrivata: il negozio di Romanina, infatti, ha cessato la sua attività lo scorso 14 maggio, in anticipo sulle previsioni, lasciando a casa 45 persone. Altri 120 dipendenti, di altri punti vendita della Capitale, rischiano il posto. Più di un quinto della forza lavoro totale, che, fra i 4 negozi della capitale e i 2 di Fiumicino conta circa 500 dipendenti.

Alessio Di Labio, della Filcams Cgil nazionale, ha sintetizzato così la situazione dell'azienda: "Parliamo di una catena che in tutto il Paese ha circa 7.000 dipendenti, e ne mette in esubero 900. La crisi ha la sua parte, e in più, nel caso di Mediaworld, il ricavato delle vendite online non viene sempre destinato all'interno dei negozi". Massiccia la presenza dei lavoratori, venuti da tutta Italia per assistere alle trattative.

Cgil, Cisl e Uil chiedono di attivare contratti di solidarietà, per permettere che tutti i 906 dipendenti possano rientrare nei punti vendita più vicini. In sostanza, si tratterebbe di ridurre il monte ore di tutti, secondo il principio del lavorare di meno per lavorare tutti. "A questo punto, però, sarà necessaria anche una revisione totale dell'organizzazione dell'azienda - ha continuato Di Labio - Dai turni alle vendite online, in modo da non gravare sulle spalle dei punti vendita che, nelle previsioni, 'ospiterebbe' questi 900 lavoratori".

Ma l'Usb non ci sta, e, seppur non ammessa alle trattative con i vertici aziendali, vuole far sentire la propria voce: "I sindacati che sono all'interno vogliono solo l'attivazione dei contratti di solidarietà, rimedio che comunque abbassa lo stipendio del 25% - ha raccontato una lavoratrice - Noi, invece, se potessimo parlare con l'azienda chiederemmo prima una revisione delle spese interne, come le macchine costosissime dei nostri capoarea, ma prima che tutto ricada sui lavoratori. Tra l'altro, la Mediaworld ha motivato i licenziamenti dicendo che deve riorganizzare l'azienda, non ha dichiarato nessuno stato di crisi".

Per questo il sindacato ha organizzato il presidio fuori dal centro chiedendo di essere ascoltato. "Oltretutto, tra i dipendenti Mediaworld, il grosso è iscritto al nostro sindacato, e noi non abbiamo possibilità di partecipare alle trattative, perché l'azienda non ci riconosce - ha aggiunto Francesco Jacovone, dell'esecutivo nazionale dell' Usb - E' una partita interna che giocano solo fra loro, e questo non è democratico". Solo una rappresentante del sindacato è riuscita a incontrare per un momento i dirigenti della Mediaworld, e a consegnare il volantino con le loro richieste.

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