"Se non paghi ti pesto come l'uva. Ti sparo", minacce e alleanze: lo spaccio di Villa Adriana che puntava in alto

In manette undici persone, sei delle quali ai domiciliari. Il luogo di ritrovo dei pusher era un bar del quartiere Adrianella, fra Tivoli e Guidonia

Una inchiesta nata quasi per caso quella dell'operazione Adriano che ha portato allo smantellamento di un sodalizio attivo tra Tivoli e Guidonia, capace di spacciare cocaina, crack, derivati della cannabis e anche eroina.

A finire in manette 11 persone (5 in carcere e 6 agli arresti domiciliari) responsabili, a vario titolo, di aver messo in piedi una piazza di spaccio nel quartiere dell'Adrianella, un'area limitrofa alla villa dell'Imperatore Adriano, patrimonio Unesco che dà il nome alla frazione del comune di Tivoli.

Le piazze romane come esempio

Affari che, però, non si svolgevano solo in provincia di Roma ma accarezzavano anche i territori del VI e del IV Municipio. A capo del sodalizio c'era Manuel S. che, come si legge dalle carte dell'operazione coordinata dalla Procura di Tivoli, era stato influenzato nel suo modo di gestire il business della droga da Giacomo Cascalisci, personaggio di notevole caratura criminale, boss della 'Cosa Nostra Tiburtina' e morto in carcere.

Il Gip Mario Parisi, nell'ordinanza di custodia cautelare, scrive: "L'indagato (Manuel S. ndr) avvalendosi della propria qualificata esperienza nel settore - secondo gli investigatori avrebbe fatto parte del gruppo di Cascalisci - si è adoperato per assumere un ruolo predominante nello spaccio dell'area tiburtina".

D'altronde le vicine e più altisonanti piazze di Roma est, con il loro welfare criminale, lo devono pur aver ispirato perché anche all'Adrianella la droga veniva venduta da pusher stipendiati e riforniti di cibo sul posto come quelli dei NarcoSanBasilio. A procurare la droga c'era un contatto ben addentrato a Roma est. 

E se i soliti canali a volte non riuscivano a garantire in tempo le partite di 'coca', crack e hashish, poco male perché Manuel S. riusciva ad acquistare le "lenticchie" (l'eroina) da uno spacciatore gambiano ospite di un centro d'accoglienza a Ponte di Nona. 

"In un periodo di investigazioni relativamente circoscritto i tenaci ed efficaci sforzi dei militari hanno fatto emergere uno scenario francamente allarmante, caratterizzato dalla disinvolta, pervicace e ben organizzata realizzazione, in varie zone del territorio tiburtino, di stabili punti di spaccio di stupefacenti assortiti", sottolinea il Gip Parisi in un altro passaggio.

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La genesi dell'operazione Adriano

L'attività investigativa è tuttavia partita quasi casualmente, da un ufficiale dell'Arma dei Carabinieri che il 30 gennaio dell'anno scorso "si trovava presso un esercizio commerciale e poteva percepire una concitata conversazione telefonica che il titolare dell'esercizio - conosciuto perché già vittima di usura - intratteneva con un interlocutore apostrofato come 'Ma": il dialogo era animato" scrive il gip.

"A Ma' giuro te li do, non ho la macchina di mia moglie, sono in ritardo di quattro giorni e non di una settimana, ti prego, domani te li do". Il carabiniere a quel punto decide di convocare il professionista il giorno dopo per farsi raccontare cosa fosse successo, scoprendo che la situazione non era legata a vicende di strozzini ma a "debiti per forniture di cocaina contratti con un giovane di Tivoli, certo Manuel" si legge nell'ordinanza. A quel punto i Carabinieri hanno avviato intercettazioni e appostamenti sgominando così la piazza di spaccio che stava lavorando per espandersi sempre più.

Le minacce a chi non saldava i debiti di droga

Dagli accertamenti è anche emerso che non tutti riuscivano a pagare i debiti con il gruppo di Manuel S. e per questo venivano minacciati anche di morte. Lo stesso accadeva per i pusher che non rispettavano i turni di lavoro in strada o le consegne a domicilio.

"Se vieni da me senza soldi, ti sparo". "Dammi i soldi o ti pesto come l'uva". Alcune delle intimidazioni a chi non pagava e proponeva aspirapolveri, forme di formaggio e orologi di poco valore, piuttosto che saldare i debiti. Baratti, però, mai accettati perché l'unico metodo di pagamento accettato era quello dei contanti.

Al capo banda, alla vigilia di Natale, inoltre è stato sequestrato anche un fucile a canne mozze. Nei guai, grazie al lavoro degli inquirenti, è finita anche la sua compagna considerata sua "complice nella gestione degli affari".

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