Processo Casamonica per raid al Roxy Bar, la disabile picchiata: "Ho paura a uscire di casa"

Durante la deposizione della donna, dalla 'gabbia' dell'aula Antonio Casamonica ha provato a interromperla: "Dillo che io ti ho difeso"

Il raid al Roxy Bar di via Salvatore Barzilai

Un'udienza segnata dalla parola "paura". Da un lato una donna forte e coraggiosa che decide di denunciare e non cedere alle intimidazioni, dall'altro suo marito, che alla domanda se sa perché i Casamonica sono famosi alla Romanina, inizia a tremare e non riesce a dire una parola. Martedì 16 ottobre è stato il giorno dei testimoni al processo per il raid compiuto il primo aprile scorso al Roxy Bar, un caffè in via Barzilai, a Romanina, ai danni del titolare e di una giovane disabile. 

Sul banco degli imputati c'è Antonio Casamonica, accusato di lesioni e violenza privata aggravate dal metodo mafioso. In aula, alla sesta sezione penale di piazzale Clodio, sono chiamati a testimoniare anche la titolare del bar, Roxana Roman e il marito Marian

La deposizione del barista del Roxy Bar 

Marian, che durante il raid venne aggredito insieme con una donna disabile, appare molto intimorito. Quando il pm Giovanni Musarò, leggendo passi dei verbali, gli chiede come mai il nome dei Casamonica è conosciuto nel quartiere, l'uomo resta a testa bassa, agitato e "tremante", come fa mettere a verbale il giudice, non riesce a parlare e rimane in silenzio per una ventina di secondi. 

Il silenzio del teste 

Lo stesso succede quando la stessa domanda gli viene fatta dal difensore di Casamonica. Di nuovo l'uomo resta a testa bassa e in silenzio; un lungo silenzio che potrebbe segnare un punto a favore dell'accusa, che punta sul riconoscimento dell'aggravante del metodo mafioso.

Il raid al Roxy Bar 

L'uomo, marito della titolare del bar, ricostruisce i momenti del raid in cui è stato aggredito a calci e pugni da due persone della famiglia Di Silvio, legata a quella dei Casamonica, e ricorda che prima di andare via gli avevano detto: "Questo bar lo devi chiudere,  non ti scordare, questa è zona nostra" minacciandolo di morte. "Avevo paura", ricorda Marian.

Minacce ai titolari del Roxy Bar 

Il bar effettivamente rimase chiuso due giorni dopo i fatti e se fu riaperto fu solo per la determinazione della moglie di Marian, titolare del bar e chiamata anche lei ieri sul banco dei testimoni. E' lei che decide subito di denunciare alla Polizia quanto successo. "Io capisco la paura ma non l'accetto perché non voglio che i miei figli crescano nella rassegnazione in cui vivono gli abitanti della Romanina - ha detto la donna rispondendo alle domande del pm Musarò -. Lì nessuno denuncia i Casamonica e i Di Silvio per paura di ritorsioni. Tante persone, dopo che i responsabili vennero arrestati, sono venute da me mi hanno detto 'hai fatto bene a denunciare' ma venivano tutti vicino e me lo dicevano a voce bassa".

Il video del raid al Roxy Bar 

Atteggiamenti da spaccone al bar di via Barzilai 

Ora "un po' di paura c'è", ammette la donna dopo aver "capito con chi ho a che fare". Parlando di Casamonica spiega che spesso passava al bar per le sigarette mostrando "atteggiamenti da spaccone, ma non creava problemi come i Di Silvio. Loro erano fastidiosi. Una volta se la sono presa con un vecchietto". Nel raid, Roxana dice di aver avuto danni "materiali per 6 mila euro ma anche di immagine per clientela".

"Ho paura a uscire di casa"

"Ho paura a uscire di casa, so che i parenti della famiglia Casamonica hanno cercato di sapere dove abito. Sono stata l'unica a oppormi a quanto accadeva nel bar, nessuno lì dentro è intervenuto per difendermi". Lo ha detto testimoniando in aula a porte chiuse la donna disabile che fu aggredita a calci e cinghiate da Antonio Casamonica e dal cugino Alfredo Di Silvio durante il raid compiuto il primo aprile scorso al Roxy Bar. Durante l'udienza la donna ha ricostruito le varie fasi dell'aggressione. 

Condannati i tre Di Silvio 

L'udienza segue di 24 ore la sentenza con rito abbreviato che ha invece riguardato i tre appartenenti alla famiglia Di Silvio che parteciparono al raid al bar. I tre sono stati condannati tutti con l'aggravante del metodo mafioso. Si tratta di Alfredo, Vincenzo e Enrico Di Silvio. Dopo le richieste di condanna, il gup di Roma Maria Paola Tomaselli ha condannato a 4 anni e 10 mesi di carcere Alfredo Di Silvio, a 4 anni e 8 mesi il fratello Vincenzo e a 3 anni e 2 mesi il nonno dei due, Enrico.

Aggravante metodo mafioso 

I tre hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato. I due fratelli erano accusati di lesioni e violenza privata, il nonno di minacce: a tutti era contestata l'aggravante del metodo mafioso. Il giorno dopo il raid al bar Enrico Di Silvio andò dai due aggrediti facendo il nome dei Casamonica per tentare di convincerli a ritirare la denuncia. 
 

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Commenti (2)

  • L’arma più grande che ha questa gentaglia è il silenzio e l’omertà della gente che non denuncia per paura. E allora peggio per voi vivete con i delinquenti

  • 4 anni? Che Paese del cavolo. Che poi con buona condotta e cavolate varie si faranno si e no un anno e mezzo, e poi su a piede libero. Andrebbe ripulita da questa gentaglia questa città. Vorrei fare un appello ai paladini della giustizia di Casapound (che ora non c'entrano nulla ma giusto per dire): sono questi i problemi di Roma, non quelli che combattete voi. Combattere il poraccio che vende le ciabatte in spiaggia, e non combattere questo tipo di criminalità è un controsenso unico.

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