Paolo Villaggio, il saluto del "suo" quartiere: le voci dal Trieste-Salario

Per tutti era “Fantozzi”: nessuno lo chiamava Paolo. “Sorrideva. Era sempre così cortese”. Il quartiere Trieste-Salario, il II municipio, piange il suo residente, il suo vicino, il suo amico. Villa Ada è a due passi: Villaggio amava fare lunghe passeggiate nel parco. Genovese di origine e romano di adozione: lo ricordano tutti, qui nel quartiere Trieste-Salario. Con la sua tunica bianca

Il villino di Paolo Villaggio in via Anapo - Foto/Angela Gennaro

Si aggirava per queste strade con la sua lunga tunica bianca. Spesso in macchina, con l’autista che scendeva per lui per sbrigare commissioni come acquistare il giornale. Per tutti era “Fantozzi”: nessuno lo chiamava Paolo. Paolo Villaggio. E lui era d’accordo? “Sorrideva. Era sempre così cortese”. Il quartiere Trieste-Salario, il II municipio, piange il suo residente, il suo vicino, il suo amico Paolo. Piange senza lacrime, con rispetto. Il lutto - questa l’impressione - vissuto come si vive la quotidianità: con compostezza, eleganza, buone maniere, dignità. A volte distanza, a volte vicinanza viscerale. E, sempre, un pizzico di sarcasmo tutto romano. 
 
Il Trieste-Salario è tra i quartieri “bene” per eccellenza di Roma. Né Parioli né Prati: da qui passa una romanità a cui la vita, tutto sommato, è andata abbastanza bene. Il sospetto che il destino possa essere segnato anche da dove si nasce, in fondo, tra queste vie sorge nella mente dello “straniero”.  “Certo non è Tor Bella Monaca, ma è cambiato anche questo quartiere, sa?”, racconta una signora. In che senso? “Più sporco. Sempre tranquillo, per carità, si sta sicuri. Ma sono le persone ad essere cambiate. L’approccio è molto di più alla “io sò io e voi…”. Ecco”. 

Roma è stata la sua città per mezzo secolo: Paolo Villaggio viveva qui “da sempre”.

Così lo raccontano le persone per strada e chi lo incrociava nei bar che frequentava. Aveva vissuto fino a poco tempo fa in un villino al numero 5 di via Anapo. Da qui Villa Ada è a due passi: Villaggio amava fare lunghe passeggiate nel parco. Genovese di origine e romano di adozione: lo ricordano tutti, qui nel quartiere Trieste-Salario. Con la sua tunica bianca e la sua cortesia. “Saranno un paio di anni che non lo si vedeva più tanto in giro”, racconta un residente, Andrea, incrociato all’angolo di via dei Giordani. “Tutto il quartiere gli era riconoscente, tutti lo salutavano”.  Chiamandolo Fantozzi. “A lui non dispiaceva, no”, spiega. Andrea è nato qui, tra gli oleandri di via Nemorense e il verde di Villa Ada. Ha passato anni fuori Roma, anche all’estero, in Argentina. Ma poi ha deciso di tornare: “Non c’è nessun altro posto al mondo dove vivrei. E poi il quartiere, negli ultimi tempi, è ringiovanito. Fino agli anni ‘90 qui c’erano solo anziani: ora è pieno di locali - c’è Mezzo, la scuola di cucina, le birrerie - e viene vissuto anche dai non residenti, attirati da Villa Ada. Non c’è altro luogo al mondo dove vivrei: è tranquillo, non è sporco - almeno non come tanti altri quartieri di Roma. E non vedo violenza”. 

Da tutta Roma per il cremolato

Girato l’angolo, a via di Priscilla e a due passi dalle Catacombe, c’è uno dei posti preferiti frequentati da Paolo Villaggio: è la Casa del Cremolato. “Guarda che noi partiamo dalla Nomentana, da Colle Verde, da Colle Nuovo per venire a prendere il gelato qui”, assicurano due signore sedute ai tavolini di questo piccolo angolo di paradiso nato nel lontano 1966. Lo porta avanti da qualche anno il figlio d’arte, Mario De Angelis. Paolo Villaggio era un suo amico. “Amava il nostro prodotto. Il suo gusto preferito? La mora”. E passava il tempo seduto qui: “si sentiva a casa, era coccolato. Forse anche dalla mia amicizia e dal rapporto personale che avevo con lui. Perché Paolo era così: o la amavi o lo odiavi. Io lo adoravo, proprio perché era lui. Ci conoscevamo fin da quando ero bambino. Veniva qui a tutte le ore”. Mario ha 43 anni e vive in questa zona da sempre. “L’amore per questo quartiere? O viene da noi o nulla. La bellezza dipende solo dalle nostre iniziative private, non dall’aiuto delle istituzioni. Da solo, il quartiere non ce la fa”. A rovinarlo, assicura, “è stata la liberalizzazione: sono nati un sacco di locali tutti uguali. Il lavoro si è frammentato e non basta più”. 

Tante sono le botteghe storiche della zona. Come il Gran Caffè Vescovio, la cui nascita risale al 1958. In cassa, una foto di Bud Spencer. “Bud era nostro amico. Ma qui vengono anche altri vip: Pier Francesco Pingitore e Michele Mirabella”. E Paolo Villaggio. “Cortese. Prendeva il caffè, salutava tutti, e poi…”. La signora dietro al bancone sorride. Ha voglia di condividere quel ricordo: “Poi si fermava un attimo a guardare la vetrina dei tramezzini”. Senza prenderne nemmeno uno. “Mai”. 

All’angolo con via Nemorense, l’enoteca Arcioni. 

Commercianti, studi legali, verde, villette e tranquillità. L’atmosfera non si smentisce neppure a Piazza Crati, a due passi da quella che è stata per anni la casa del ragionier Ugo. “Vorrei fare un regalo a una persona... Una persona importante, per i suoi cinquant’anni”.  Pensavo a una bottiglia di Armagnac”. Circondata da bottiglie di vino, champagne, cognac, brandy, una signora parla con Massimo, oggi titolare di questa realtà, Arcioni, nata nel 1932 come negozio di dolciumi per volontà del padre allora 25enne. 85 anni di onorato servizio. “Ne ho una del ‘67, quindi invecchiata di 50 anni”. Anche qui Paolo Villaggio era di casa. “Paolo veniva qui con la sua signora spesso, molto spesso. Facevano colazione da noi ogni mattina, seduti ai tavolini di fuori”. E per l’enoteca? “Apprezzavano soprattutti i vini dell’Alto Adige”. 
 
Sui muri e sotto al sole bollente del luglio romano, qua e là, si leggono ancora scritte che ricordano Francesco Cecchin, attivista del Fronte della Gioventù ucciso nel quartiere nel 1979. La zona, storicamente, è stata un quartiere di destra. “Nooooo. Ormai non più”, raccontano a piazza Vescovio, un tempio culla dell’Msi capitolino “Anche Forza Nuova se n’è andata da qui. E meno male. Erano veramente eccessivi. Ora il quartiere vota Pd”. O è piuttosto apolitico, come racconta Mario De Angelis? “Apolitico, secondo me. Che è peggio”. 

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