Omicidio Reggiani: “un fatto odioso frutto d’ira e ubriachezza”

La terza Corte d’Assise ha depositato le motivazioni della sentenza di condanna a Romulus Mailat. Si legge: “In assenza di ira e ubriachezza l’episodio criminoso avrebbe avuto conseguenze meno gravi”

Sono state depositate oggi le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna a 29 anni di carcere Romulus Mailat per l’omicidio di Francesca Reggiani. C’era da capire soprattutto il perché della mancata pena massima, viste le prove apparentemente schiaccianti ai danni del romeno.

Nelle valutazioni della terza corte d’assise l’omicidio viene definito “odio, un fatto scellerato, ma dovuto allo stato di completa ubriachezza e all’ira”.

La Corte, pur valutando la scelleratezza e l' odiosità del fatto, commesso in danno di una donna inerme e, da un certo momento in poi esanime, con violenza inaudita, “non può non rilevare che sia l'omicidio, sia la violenza sessuale, limitata alla parziale spoliazione della vittima e ai connessi toccamenti, sono scaturiti del tutto occasionalmente dalla combinazione di due fattori contingenti: lo stato di completa ubriachezza e di ira per un violento recente litigio sostenuto dall'imputato e la fiera resistenza della vittima".

Secondo la Corte, “in assenza degli stessi (i due fattori contingenti) l'episodio criminoso, con tutta probabilità, avrebbe avuto conseguenze assai meno gravi”.

L'omicidio e la violenza sessuale sono scaturiti dalla contemporanea presenza di ira e ubriachezza

Altro aspetto interessante è la valutazione che la corte ha dato delle testimonianze rese dalla testimone romena che ha fatto arrestare Mailat. I suoi racconti vengono definiti attendibili. Si tratta di un passaggio importante della sentenza in quanto Mailat ha sempre sostenuto che Neatmu, la superteste, l’avrebbe accusato per coprire il figlio, il vero assassino della Reggiani.

“Appare davvero singolare”, si legge nella sentenza, “il comportamento di una madre che per coprire l'omicidio commesso dal figlio si adopera disperatamente per fare intervenire la polizia, invece di allontanarsi al più presto e in silenzio dal luogo del misfatto, ma accusa calunniosamente un innocente e poi la mattina successiva torna serenamente all'accampamento dove vivono i familiari della persona che ha fatto arrestare, incolpandolo falsamente ed esponendosi così alle loro rappresaglie"

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