Morto Totò Riina, quando il Capo dei Capi decise di colpire Roma

Malato da tempo, il boss di Cosa Nostra era in coma da diversi giorni nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma in regime di 41 bis. Aveva appena compiuto 87 anni

Totò Riina è morto stanotte al'età di 87 anni

Feroce, spietato, vendicativo, dittatore. Ambizioso e misterioso. In tre parole: Capo dei Capi. Totò Riina, morto nella notte del 17 novembre in un lettino dell'ospedale di Parma, è stato il mafioso più famoso del mondo insieme ad Al Capone. Una lunga carriera criminale, fatta di omicidi, terrore ed autobombe. Proprio con delle vetture imbottite di esplosivo "La Belva" fece tremare la Capitale nel 1993, anno degli attentati stragisti della Mafia siciliana, che in quell'anno colpì l'Urbe tre volte, con un fallitto attentato allo stadio Olimpico in un derby Roma-Lazio del 31 ottobre di 14 anni fa. 

La bomba in via Fauro ai Parioli

Tre le esplosioni che fecero tremare la Città Eterna, con il quarto attentato dinamitardo in viale dei Gladiatori che non avvenne per il malfunzionamento del telecomando che doveva innestare l'ordigno. Prima di quel 31 ottobre, furono altri attentati vennero programmati e messi a segno dalla mano di Cosa Nostra. Il primo di questi avvenne il 14 maggio del 1993, in via Ruggero Fauro ai Parioli. L'esplosione dell'autobomba imbottita con circa 100 chilogrammi di esplosivo ad alto potenziale non provocò vittime, ma 24 feriti fra cui l'autista e una delle guardie del corpo private che accompagnavano Maurizio Costanzo e la sua compagna Maria De Filippi. 

Impegno antimafia di Maurizio Costanzo 

In quel periodo Maurizio Costanzo era fortemente impegnato nelle sue trasmissioni nel contrastare il messaggio mafioso. Dopo appena un mese dall'omicidio di Libero Grassi, Costanzo insieme a Michele Santoro realizzò una maratona televisiva a reti unite Rai-Mediaset dedicata alla lotta alla mafia. I toni furono aspri (fu bruciata in diretta una maglietta con scritto Mafia made in Italy). In generale, nel Paese, la società civile si stava fortemente risvegliando su questi temi. Questo fatto, unito alla acclarata amicizia di Maurizio Costanzo con Giovanni Falcone, più volte presente al Maurizio Costano Show per interviste o dibattiti, pose Costanzo, come Santoro, fra i paladini “mediatici” della lotta contro la mafia. Durante il processo della stragi del 193 gli avvvocati della difesa avanzarono l'ipotesi secondo cui l'obietttivo non era il noto presentatore tv, ma Lorenzo Narracci, funzionario del Sisde che abitava proprio in via Fauro. 

Le bombe alle basiliche romane

Un anno di paura in tutta la Penisola che colpì ancora la Capitale il 27 luglio del 1993. In quel caso furono due le autobombe ad esplodere danneggiando il patrimonio artistico della Città Eterna: alla basilica di San Giovanni in Laterano e alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Due vetture imbottite di tritolo che deflagrarono a distanza di quattro minuti l'una dall'altra provocando 22 feriti e gravi danni alle due basiliche. 

Autobombe a Roma

Per quelle due esplosioni (oltre a quelle di Firenze in via dei Georgofili e Milano in via Palestro) avvenute sempre nella primavera-estate del 1993 e che costarono la vita a dieci persone con il ferimento di 106 persone Toto Riina venne condannato dalla Prima Sezione Penale della Cassazione (era il 6 maggio 2002) all'ergastolo. Assieme a lui altri 15 mafiosi. Oltre al Capo dei Capi, furono riconosciuti colpevoli anche Leoluca Bagarella e Filippo Graviano. Ergastolo che venne comminato anche a Giuseppe Barranca, Salvatore Benigno, Gioacchino Calabrò, Luigi Giacalone, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Antonino Mangano, Giorgio Pizzo, Gaspare Spatuzza e Giuseppe Graviano. Condannati a vita anche altri due boss, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro ancora latitante. 

Il Capo dei Capi

Ignorante come un pecoraio e furbo come un raffinato statista, Riina è partito da contadino, dalla sua Corleone, e ha conquistato Palermo e pezzi di Roma e Italia. Uccidendo e facendo uccidere. "Peri incritati", ovvero piedi sporchi di terra - da "viddano" - ma testa da capo di Stato.

La "fulgurazione"

Da bambino l'incontro in paese con il dottore Michele Navarra, la "fulgurazione". Quindi il lavoro sporco alle dipendenze di Luciano Liggio, il primo vero capo. E unico. Poi l'ascesa con al fianco Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, rispettivamente di tre e cinque anni più piccoli. Insieme i picciotti di Corleone sono diventati grandi (per poi dividersi ma per motivi diversi). Sterminando tutti i vecchi leader di Cosa nostra, inventando un "terremoto" per sconquassare la mafia palermitana e le sue gerarchie bilndate. Inafferrabile per 24 anni, Totò u curtu ha tessuto la tela della diplomazia, mettendo da parte la follia e la ferocia cieca per agganciare perfino gli uomini del Sisde, schivare i colpi e pianificare le contromosse.

Morto Totò Riina: chi era

Bomba dopo bomba, strage dopo strage, Riina ha fatto irruzione al centro del gioco di potere della mafia. Con quella mossa così eclatante per dare il via alle danze, ovvero l'uccisione di Michele Cavataio, detto ‘il cobra', il boss dell'Acquasanta (era considerato il Riina degli anni Sessanta), nel massacro che passò alla storia come "la strage di viale Lazio", capace di rappresentare il più alto punto raggiunto dalla prima guerra di Cosa nostra e che sancì l'ascesa dei corleonesi. Cavataio era considerato colpevole del tentativo di ‘allargarsi' e di non rispettare le regole non scritte della vecchia mafia. Riina non si sporcò le mani. Fu condannato all'ergastolo perché riconosciuto come mandante di quel gruppo di fuoco capeggiato da Bernardo Provenzano che entrò in azione vestito con le divise della polizia.

La prima condanna 

Un curriculum lunghissimo che trova le origini negli anni Quaranta. La carriera criminale di Riina è iniziata da neomaggiorenne, con la condanna a 12 anni per aver ucciso in una rissa un coetaneo. Il carcere, con la reclusione palermitana all'Ucciardone, poi il grande ritorno, il triumvirato provvisorio con i boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. I collegamenti intrecciati con la 'ndrangheta e la camorra, l'arresto di Liggio - nel 1974 - che gli spalanca le porte della leadership. Una scalata vertiginosa, a colpi di lupara, fucile e mitra, l'irruzione silenziosa nei salotti della politica, grazie all'asse costruito con Vito Ciancimino, il Sindaco mafioso, e con il potente ras democristiano Salvo Lima. Riina sembra invincibile. Fino al maxiprocesso, all'arresto e la conferma gli ergastoli. Siamo a metà anni Novanta. Poco prima però il Capo dei Capi dichiara guerra allo Stato, decretando l'eliminazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, organizza Capaci e via d'Amelio, pianifica le stragi nel continente. La mafia spara e non perdona. Fa vittime eccellenti. La follia stragista crea i prodromi della presunta trattativa.

La legge di Toto Riina 

Dal silenzio sulla mafia al silenzio della mafia. Parlano i pentiti e disegnano il ritratto di Totò u curtu. Spietato, malvagio, tragediatore e ragionatore. Capace di isolare e delegittimare il consenso che si era creato intorno a Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, boss di Santa Maria del Gesù e di Passo di Rigano, prima di ordinarne la morte come un atto necessario "voluto da tutti". Riina fu autore di un'opera di selezione interna del gruppo dei "corleonesi", realizzata attraverso la progressiva eliminazione degli uomini d'onore non ritenuti da lui affidabili al cento per cento. La legge di Riina era chiara: chi sbaglia, paga. E paga con la sanzione di morte. Mafiosi, magistrati, politici, poliziotti, giornalisti, avvocati. Bastava appena un cenno d' intesa nei summit mafiosi, ad esempio alla fine di un pranzo in campagna, per eseguire la sentenza.

Arresto Toto Riina

Il boss di Cosa Nostra venne arrestato nel gennaio del 1993. Condannato all'ergastolo in regime di 41 bis Toto Riina è morto questa notte a Parma all'età di 87 anni. 

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