Medhi Dehnavi, il marmista iraniano che ha sfidato il clan dei Casamonica

L'uomo, un iraniano artigiano del marmo, conosce i Casamonica per dei lavori che gli vengono commissionati. Loro non pagano, lui denuncia tutto. Anche le tremende aggressioni subite

E' un signore iraniano. Per lavoro, è un artigiano del marmo. E molto probabilmente avrebbe preferito restare tale, niente di più. Invece, Mehdi Dehnavi è diventato un 'eroe': l'unico ad avere avuto il coraggio di sfidare il clan dei Casamonica, i 'padroni' di Roma Sud.  Droga, usura ed estorsioni. Tutto fa parte del business della cosca di famiglia. E Mehdi l'ha provato sulla propria pelle. 

I LAVORI -  Gli commissionano dei lavori di pregio nella villa di Guido Casamonica, come racconta lui stesso a Paolo Mondani di Report. Finiti i lavori, però, cominciano i primi problemi. Nessuno ha intenzione di pagare Medhi, che racconta: "Ti ordinano un lavoro, una porta, non lo so, un tavolo di marmo, qualsiasi cosa. E se non ti pagano cos'è? È pizzo". I guai per l'iraniano, però, sono solo all'inizio. Dopo poco, infatti, 'qualcuno' si presenta nel suo ufficio e lo aggredisce: "Hanno preso due, tre pezzi di marmo. Il primo me l'hanno dato proprio qui, mi hanno spaccato la testa. Poi sono arrivati tutti gli zingari: cinquanta, sessanta con donne, bambini, diverse macchine". Medhi viene intimorito e minacciato: "mi dicevano sei morto, sei finito, bruciamo tutto, uccidiamo i tuoi". 

LA DENUNCIA E IL PROCESSO - Ed è qui che Medhi trova il coraggio e la forza di non abbassare la testa. Denuncia tutto, non ha paura. Così, comincia un processo che, nel 2011 in primo grado, ha già condannato Guido Casamonica a cinque anni e sei mesi per l'accaduto. Casamonica, però, si difende. "Non è assolutamente vero, quella 'marmata' non c'è mai stata". Anzi, "è stato lui, Medhi, a prendermi a sassate mentre ero con mia moglie e i miei figli". Il processo, poi, non lo intimorisce più di tanto. "Io rispetto il lavoro che fanno i giudici - dice sereno Casamonica - ma ora c'è l'appello". E la speranza è che i giudici dimentichino il suo cognome: "Sono stato condannato per il cognome che porto, ma io non faccio parte del clan dei Casamonica, nè tanto meno so se esiste una cosca".  

LA NUOVA AGGRESSIONE - Medhi, però, è di avviso diverso e racconta, mostrando ancora i segni, di una seconda aggressione subita dopo la prima denuncia. "Guido Casamonica mi ha dato una 'capocciata' che mi ha rotto il naso - ricorda l'iraniano - poi hanno cominciato a picchiarmi con pezzi di legno e ferro. Erano in cinque sei persone a 'menarmi', ma io sono comunque riuscito a fuggire. 

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IL MANCATO AIUTO - Ed è qui che succede la cosa che, forse, fa più male a Medhi. "Dopo essere fuggito, ovunque andassi a bussare nessuno mi apriva - racconta dispiaciuto - Ero ancora pieno di sangue, ma qui hanno tutti paura". Lui, però, ancora una volta si fa coraggio. E denuncia tutto: "Mi hanno dato una prognosi di ventitre giorni e appena sono uscito sono andato dai carabinieri". I Casamonica non la prendono bene: "Sono venuti di nuovo qui e mi hanno puntato la pistola, 'se non ritiri la denuncia, sei un uomo morto". Quella denuncia, però, è ancora lì. E Medhi continua la sua battaglia da 'eroe normale'. 

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