Mafia sul litorale, tra gli arrestati un boss di Cosa Nostra: "Se mi tradisce uccido anche mio figlio"

"Zio Ciccio" è ritenuto reggente di Palermo del mandamento di Villa Abate che favorì la latitanza del boss Bernardo Provenzano

31 gli arresti dei Carabinieri nell'ambito della Operazione Equilibri

È un pezzo grosso... u' zio Ciccio è reggente di Palermo. Dei mafiosi è lui quello, che oggi rappresenta la mafia qua... qua a Roma". Così in un'intercettazione tra gli affiliati, contenuta nell'ordinanza di arresto dell'operazione 'Equilibri' che ha smantellato il clan Fragalà. 

Gli intercettati parlano di Francesco D'Agati, il cui ruolo si estrinseca in attività di mediazione, indirizzo, consulenza, agevolazione di rapporti e altro, all'interno e all'esterno del mondo criminale; condotte che - si legge nell'ordinanza - "hanno una radice comune nell'influenza e nel prestigio mafioso derivanti dalla sua riconosciuta appartenenza a Cosa Nostra, grazie anche ai rapporti tessuti nel tempo con esponenti di spicco delle varie organizzazioni mafiose". 

Ciò che emerge, dall'oggettivo sviluppo dei fatti ed è ammesso nel corso di varie conversazioni intercettate, in cui D'Agati alternativamente si qualifica, in base alle circostanza, come rappresentante, giudice, custode o garante della condotta di sodali. Ovvero della realizzazione degli interessi illeciti. "Sono una persona anziana che è stata chiamata per stabilire torto e ragioni, sono il custode di tutti. Sono arrivato io prima che si commettesse qualche errore per non farlo commettere'".

Considerato anziano boss mafioso di Cosa Nostra D'Agati, secondo gli inquirenti, avrebbe avuto il ruolo di mediatore per mantenere la "pace" tra i gruppi criminali presenti sul litorale laziale. Le indagini hanno permesso di ricostruire l'organigramma del clan Fragalà. 

Considerato il braccio destro di Pippo Calò, D'Agati è fratello di uno dei capi del mandamento Villa Abate, che ha garantito la latitanza di Provenzano. D'Agati, arrestato in carcere, risponde di concorso esterno in associazione mafiosa rispetto al clan Fragalà.

"Io quando mi sento tradito da qualcuno, che potrebbe anche essere mio padre o mio figlio, io gli sparo". Dice "che ammazzeresti tuo figlio?' Sì sì, perché no, Se mio figlio cammina con me, facciamo il reato insieme e mi tradisce, io lo ammazzo". 

Così parlava invece in una conversazione captata dagli investigatori nel 2015 il boss Alessandro Fragalà, finito anche lui in manette nell'ambito dell'operazione Equilibri del Ros dei carabinieri. Il clan operava in particolare sul litorale romano, tra Ardea, Pomezia e Torvajanica, e oltre a gestire il traffico di droga, era diventato l'incubo di commercianti e imprenditori, costretti a subire estorsioni, minacce e attentati dinamitardi. 

Avevano funzioni direttive Alessandro Fragalà di 61 anni, il nipote Salvatore di 41 anni, e Santo D'Agata, di 61 anni, erano in costante contatto con gli ambienti mafiosi catanesi sia per la gestione dei traffici illeciti sia per reclutare manodopera criminale per lo svolgimento dell'attività delittuosa nel Lazio.

Tutte azioni condotte con metodo mafioso, secondo l'accusa. "Da un lato infatti - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - le singole estorsioni e l'intestazione fittizia di beni sono state consumate attraverso le modalità tipiche delle associazioni mafiose; dall'altro, i reati in tema di armi e di traffico di sostanze stupefacenti sono stati posti in essere per agevolare il clan mafioso dei Fragalà nella consapevolezza, in virtù dei rapporti pregressi, della sua esistenza anche da parte dei non appartenenti al sodalizio". 

"Qua se c'è qualcuno che comanda sono i Fragalà e basta. A Torvajanica abbiamo sempre comandato noi. La prossima volta che rientra qua, ti faccio uscire con i piedi davanti. E vai a dirlo a Sebastiano". Così Ignazio Fragalà parlava, in una conversazione intercettata a febbraio 2016, a due persone che consideravano un pregiudicato locale come un criminale egemone nella zona del litorale romano. 

VIDEO | Così avveniva l'affiliazione al clan di Cosa Nostra 

La famiglia Fragalà, colpita dall'operazione dei carabinieri, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, non temeva nessuno, tanto da mettersi contro anche i proprietari di una pizzeria che stava per aprire a Torvajanica i quali, come scrive il Gip nell'ordinanza, avevano legami con la 'ndrangheta e la mafia catanese. 

"Io ti do un consiglio e cerca di ascoltare, non aprire, è meglio per te. (…) O ci dai le chiavi oppure puoi aprire però sappi che all'indomani in poi tutto quello che ti succede siamo noialtri. Io ti sto solo dando un consiglio, poi decidi tu quello che vuoi fare. La fai a noialtri la scortesia? Ci meritiamo questo? Vuol dire che ci stai sfidando, così, frontale! Nemmeno nascosto, questa è una sfida frontale. Noialtri siamo per la pace, ma la guerra comunque non è che ci dispiace". E dalle parole si è passati ai fatti: due locali poi infatti aprirono ed entrambi hanno subito attentati incendiari. 

Ad aiutare carabinieri e inquirenti della Dda di Roma nell'operazione contro il clan mafioso dei Fragalà, attivo sul litorale romano, sono state anche le parole di un membro del clan, Sante Fragalà, divenuto collaboratore di giustizia: è stato lui, fra l'altro, a raccontare vari episodi di estorsioni e spaccio di droga. 

I 'siciliani', come già emerso in passato, sono stati egemoni tra gli anni '80 e '90 nella zona di Ostia e Torvajanica. Sante Fragalà però ha rivelato fra l'altro come nel 2009 il clan avesse deciso di riprendersi il controllo del territorio fra Ardea e Pomezia in vista della scarcerazione di Alessandro e Salvatore Fragalà. 

Fra i 31 destinatari dell'ordinanza di custodia cautelra c'è anche Astrid Fragalà, ex presidente di Confcommercio Pomezia e Litorale sud. La donna si trova ora ai domiciliari. Secondo chi indaga avrebbe svolto un ruolo di cerniera tra il padre Alessandro, considerato tra i capi dell'organizzazione, ed esponenti della politica di Pomezia. Astrid, spiegano gli investigatori, avrebbe avuto contatti con diversi consiglieri comunali. Sono state tratte in arresto anche altre due donne considerate, dagli inquirenti, "soldati della cosca". A loro il compito di tessere i rapporti con la politica locale oltre che mantenere i rapporti tra chi finiva in carcere e gli esponenti in libertà.

"A Roma esiste un tavolo permanente tra le mafie, dove si siedono e si incontrano gli appartenenti di mafie diverse. Si tratta di un livello di aggregazione che non esiste in nessun'altra parte d'Italia". Le parole del Tenente Colonnello Giovanni Sozzo, comandante del reparto Anticrimine del Ros di Roma, in merito all'indagine che ha portato all'arresto di 31 persone. Il clan Fragalà tramite il suo 'Garante', Francesco D'Agati, avrebbe stipulato un patto federativo con i Casalesi, i Fasciani e i Senese ed esponenti della 'ndrangheta.

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