L'inferno nelle carceri, il garante Marroni: "Emergenza umanitaria"

Celle strabordanti, materassi accatastati e niente doccia perchè molti non hanno l'acqua. Questo il quadro fornito da Marroni a RomaToday: "La pena è solo pena e perde l'aspetto rieducativo"

Rebibbia Penale: 3644 detenuti, a fronte di una capienza regolare di 2600, stipati in 11 dentro celle da 4. Pochi numeri sono sufficienti a lanciare l'allarme e a far parlare di “emergenza umanitaria e sociale”. A fornirci il quadro delle condizioni drammatiche in cui versano ad oggi le carceri romane è l'avvocato Angiolo Marroni, dal 2003 Garante dei Detenuti del Lazio, l' ente del Consiglio Regionale che assiste il detenuto e si batte per assicurarne condizioni dignitose di vita tra le mura delle strutture penitenziarie.

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.  E’ l’articolo 27 della Costituzione a parlare di pena utile al reinserimento e tesa comunque al mantenimento della dignità del reo. Ma è davvero così? Si parla tanto di processi, di giustizia  e di riforme ma cosa accade quando la sentenza viene emessa, le porte del tribunale si chiudono e si spalancano quelle degli istituti carcerari?

CELLE STRAPIENE - Un dossier sul tavolo del garante indica che, in data 27 giugno 2011, a Regina Coeli sono reclusi 1141 detenuti a fronte di 724 posti. "La struttura è vecchia e avrebbe bisogno di interventi di ristrutturazione - ci racconta Marroni - in alcune sezioni si ritrovano dieci detenuti a vivere in 25 metri quadrati mangiando sui letti, dormendo sui materassi a terra e spesso senza ricambio d'aria o senza acqua corrente". Normalmente nelle strutture sono presenti spazi "riservati alla socialità" dove i detenuti svolgono attività di vario tipo: dal gioco alla formazione. Queste aree sono le prime a scomparire e a essere spazzate via da giacigli improvvisati. "La sala da ping pong è invasa da materassi – ci racconta Monica, collaboratrice del Garante - le attività fanno fatica a realizzarsi perchè non ci sono gli spazi”. La situazione è talmente invivibile che una recente normativa del Dap, il Dipartimento dell' Amministrazione Penitenziaria, stabilisce la possibilità di aprire le porte delle celle, in orari prestabiliti, così da far circolare i detenuti anche sui corridoi. Senza spazi adeguati dove i reclusi possano esercitare attività sociali e culturali, sottolinea  Marroni, "la pena è solo pena e perde completamente l'aspetto rieducativo". Come se non bastasse, alla questione del sovraffollamento si aggiunge il numero insufficiente del personale di guardia.

CARENZA PERSONALE – Più sono i detenuti più guardie sono chiamate a sorvegliare.  O almeno, così dovrebbe essere. Sempre nel complesso di Rebibbia Penale, secondo il quadro fornito dal Garante, abbiamo un poliziotto in media ogni tre piani e il sistema è di fatto autogestito. "L'altro giorno dovevo andare all'ultimo piano, quello dell'alta sicurezza - racconta l'avvocato - e la guardia al piano terra mi ha accompagnato lasciando scoperti due piani interi". A detta dal Garante la diminuzione del personale prescinde dalle condizioni di affollamento ed è da attribuire piuttosto alla collocazione del personale: "una parte resta all'interno dei ministeri, un’altra finisce nei bar subito esterni al carcere". Per non parlare dei massacranti turni di lavoro che spesso causano "pesanti crisi psichiche che li costringono ad abbandonare l'occupazione". Sorge spontanea la domanda: che accade quando due piani interi di carcerati chiusi in celle strabordanti vengono lasciati incustoditi? Niente, o quasi. La risposta stupisce ma neanche tanto se si pensa al "metodo premiale" con cui viene redatta la “pagella” del recluso. Come chiarito dal Garante, "non conviene a nessuno organizzare azioni di rivolta, ribellarsi o tentare l'evasione. Perderesti subito tutti i privilegi acquisiti: lo sconto della pena previsto per chi si comporta bene, il diritto alle visite, a ricevere i pacchi e alle telefonate". In generale ci si limita ad azioni blande, scontri interni tra gruppi di diverse nazionalità e scioperi della fame, per lo più sollecitati dall'esterno.

SUICIDI E AUTOLESIONI - Non saranno rivolti fuori per paura di perdere i premi acquisiti ma gli sfoghi ci sono e sono per lo più autoreversi. “I detenuti sfogano la disperazione contro se stessi “ ci spiega Monica. Si passa dal suicidio, che avviene nella maggioranza dei casi con l’impiccagione, agli episodi, meno conosciuti ma sempre più diffusi, di autolesionismo. Dai tagli inferti sul corpo all'ingestione di lamette si arriva a realtà che superano decisamente la fantasia. “Ricordo di un detenuto - racconta Monica - che ha smontato un lettore cd e si è mangiato i pezzi, uno a uno. La disperazione porta a compiere gesti dei più folli”.  A quanto detto da Marroni, l’aspetto psicologico e la fragilità del detenuto in condizioni stressanti come quelle di un ambiente carcerario sono fattori che non vengono presi in considerazione a sufficienza. “Se non per i nuovi giunti - spiega Monica - che sono considerati i più a rischio trauma, non esiste alcun supporto psicologico che sia adeguato e continuativo”. E forse il problema, come suggerito dal garante, “andrebbe risolto alla radice con proposte concretamente volte a migliorare le condizioni di vita all’interni degli istituti”. Sì, ma come?

LE PROPOSTE - Fra i numeri presenti nel dossier spicca un interessante 47%: la percentuale di detenuti che non ha una sentenza definitiva e che si trova in custodia cautelare.  Ciò significa, spiega l’avvocato “che, dietro le sbarre, la metà della gente è in attesa, per un tempo non prestabilito, di essere condannata o assolta”. Una delle chiavi per alleggerire le celle carcerarie potrebbe riguardare proprio i tempi di attesa. “A Regina Coeli - racconta il garante - un gruppo di detenuti ha raccolto le firme per una proposta che ho portato in parlamento e che prevede la riduzione della custodia cautelare con il passaggio da tempistiche ordinatorie (senza scadenza, ndr) a tempistiche tassative con termini “entro e non oltre”, il che costringerebbe i magistrati ad agire entro periodi prefissati”.

Un’altra possibile svolta potrebbe arrivare dagli arresti domiciliari. “Occorre un atto di coraggio e onestà intellettuale da parte del Parlamento  - afferma Marroni - per varare subito una misura che preveda per i reati meno gravi e che prevedono una pena inferiore ai tre anni, il massiccio ricorso agli arresti e alla detenzione domiciliare. Così diminuirebbe l'affollamento delle carceri di 20-25 mila unità". Il carcere non può essere una pena allargata a qualunque reato: "Riformare il sistema significa far sì che il carcere diventi davvero ciò che dice la legge e cioé una pena estrema".

Quale che sia la proposta vincente è indubbio che l'emergenza esista e necessiti di un intervento immediato che ripristini condizioni di vita dignitose e che sia, come suggerito dal garante, “quantomeno in linea con le parole della Costituzione”.
 

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