Così la "Cosa Nostra Tiburtina" pedinava i carabinieri che svolgevano le indagini

I vertici dell'organizzazione criminale avevano studiato le abitudini dei militari ed individuato le loro abitazioni come "risposta" agli arresti ed ai sequestri operati dagli investigatori

Pedinavano i carabinieri che stavano indagando su di loro. Inoltre avevano studiato le loro abitudini, i loro spostamenti ed individuato le loro abitazioni come "risposta" agli arresti ed ai sequestri operati dagli investigatori. E' quanto emerge nelle 647 pagine di ordinanza che hanno portato a smantellare la "Cosa Nostra Tiburtina". Trentanove sodali che avevano messo insieme una associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, armi ed estorsioni, aggravati dal metodo mafioso nei territori di Tivoli e Guidonia Montecelio. L'associazione è stata decapitata dai carabinieri di Tivoli dopo oltre due anni di indagini: 39 gli arrestati. 

Metodo mafioso per il controllo del territorio 

In particolare il sodalizio criminale usava il "metodo mafioso per rimarcare la propria presenza sul territorio". Un potere ed una egemonia sui territori di Tivoli e Guidonia Montecelio che la "Cosa Nostra Tiburtina" attuava sia nei confronti di chi "invadeva il loro territorio", sia a danno di chi non si allineava ai voleri del "capo", con gli stessi che venivano sottoposti innanzi ai vertici a dei veri e propri processi sommari, puniti con pestaggi o sfregi al volto. Il gruppo criminale aveva però alzato l'asticella, arrivando a pedinare gli stessi appartenenti alle forze dell'ordine. 

Carabinieri pedinati 

Un aspetto inquietante, sottolineato anche dal Procuratore Aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma Michele Prestipino, che proprio in relazione alle intimidazioni tentate dal sodalizio nei confronti degli investigatori ha evidenziato quanto fosse rilevante "la capacità dei componenti di questo gruppo criminale, soprattutto al vertice, di venire a conoscenza delle attività investigative, sia pure non nel dettaglio, di individuare la forza di polizia che conduceva le indagini, di capire chi erano i militari più impegnati nell'indagine e di effettuare nei confronti di questi militari un'attività di intimidazione estremamente seria e grave, costituita in attività di pedinamento dei militari che procedevano nell'attività di indagine e di individuazione delle rispettive abitazioni".

Utilizzo del metodo mafioso

"Tutto questo - ha aggiunto Michele Prestipino - è stato scoperto nel corso dell'attività e ovviamente ha determinato non solo motivo di preoccupazione, ma è stato oggetto di valutazione in considerazione del livello di gravità e di utilizzo di un metodo mafioso da parte di questo gruppo, nel segnare la propria presenza sul territorio". Il tutto al fine di "adottare azioni ritorsive nei loro confronti come risposta ai numerosi arresti e sequestri eseguiti nei confronti di appartenenti del sodalizio". 

Ritorsioni nei confronti dei carabinieri

Da quanto emerso dalle investigazioni, a partire dal finire del 2016 "diversi militari appartenenti alla Compagnia dei Carabinieri di Tivoli" sono stati oggetto "di veri e propri pedinamenti da parte degli indagati, i quali ne hanno studiato le abitudini e gli spostamenti, individuando anche le abitazioni in cui risiedono". 

A cena nello stesso ristorante 

Diversi gli episodi riscontrati nelle attività investigative dei carabinieri. Come nel novembre del 2016 quando il capo dell'organizzazione, in compagnia della moglie, si trovò nello stesso ristorante tiburtino dove stava mangiando, libero dal servizio ed insieme alla compagna, uno degli ufficiali dei carabinieri impegnato nelle indagini. Finita la cena, il boss della Cosa Nostra Tiburtina si incontra con alcuni dei suoi sodali alla "Panoramica" di piazza Garibaldi. "Lo sai con chi so stato a magnà di fronte - si legge in una intercettazione ambientale - con quel pezzo di m.... del tenente" (...), poi confondendo il "tenente" con un altro ufficiale della compagnia dei carabinieri tiburtina, già vittima di un atto intimidatorio prima che fosse trasferito a Tivoli, dice ai suoi uomini: "allora bisogna sparagli pure qua....così se ne va pure da qua". 

Cena conviviale con un parroco di Tivoli

Inquietante anche un altro episodio che emerge dall'ordinanza, con il 54enne a capo dell'associazione arrivato a pedinare i vertici della Compagnia dei Carabinieri di Tivoli, riunitisi per una cena conviviale alla presenza di un parroco di una chiesa del Comune della provincia nord est della Capitale Accompagnato il prelato a casa dai militari dell'Arma, a seguire i loro spostamenti c'era proprio il vertice della Cosa Nostra Tiburtina. Proprio in relazione al pedinamento, il 54enne affermava con piacimento di aver scoperto dove abitavano il "militare e la sua compagna". "Hai capito quanto è piccolo il paese? - si legge in una intercettazione ambientale - E' molto piccolo il paesello. Non sfugge niente al paesello. Come non  sfugge a loro non sfugge a noi. Brutto infame mi hai fatto camminare ma te so ritrovato".  

Intimidazioni nei confronti della polizia

Pedinamenti e intimidazioni che l'associazione a delinquere pensava anche nei confronti degli appartenenti al commissariato di polizia di Tivoli. Come emerge da un'altra intercettazione ambientale fra il luogotenente che gestiva la piazza di spaccio di Villanova di Guidonia ed il vertice dell'organizzione, il gruppo aveva intenzione di "mettere in atto condotte minatorie" anche nei confronti di un ispettore di polizia, a cui avrebbero dovuto "incendiare la casa", aggredendo "lui" ed i "suoi familiari".  Ad evitare che tali vendette potessero essere attuate nei confronti di carabinieri e poliziotti le indagini dei carabinieri, che hanno smantellato l'associazione a delinquere prima che potesse mettere in atto le proprie azioni ritorsive nei confronti degli appartenenti alle forze dell'ordine. 

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