Affari di famiglia per la Cosa Nostra Tiburtina: così il capo impartiva valori e ideali ai suoi sodali

Giacomo Cascalisci curava ogni aspetto del business, dalle spese legali per i detenuti alle punizioni per chi non rispettava le regole

Auto rappresentava la sua organizzazione come corroborata da "determinati ideali e valori" criminali. Un vero e proprio capo al vertice di una struttura gerarchica piramidale. In cima alla "Cosa Nostra Tiburtina", una associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, armi ed estorsioni, aggravati dal metodo mafioso, attiva nei territori di Tivoli e Guidonia Montecelio, Giacomo Cascalisci, pluripregiudicato tiburtino ritenuto il capo della "Cooperativa" che gestiva il business nella provincia nord est della Capitale. 

Il capo della Cosa Nostra Tiburtina

Tivolese, 53 anni, Giacomo Cascalisci è ritenuto dagli investigatori che hanno smantellato l'organizzazione arrestando 39 persone, il capo dell'associazione a delinquere di "stampo mafioso". Accanto a lui la compagna, una 31enne tiburtina, anche lei destinataria dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia romana. Un lungo curriculum criminale quello di Cascalisci, arrestato una prima volta nel 1982 per "associazione a delinquere". Nel corso dei decenni il 53enne di Tivoli ha accumulato altre pene per reati quali estorsioni, furto, rapine, tentato omicidio volontario, sequestro di persona a scopo di rapina, lesioni personali, evasione, ricettazione e soprattutto spaccio di sostanze stupefacenti.   

Il ruolo del capo 

Secondo quanto accertato dalle investigazioni dei carabinieri Giacomo Cascalisci si poneva come unico punto di riferimento per tutto il sodalizio criminale tiburtino. Oltre a gestire i suoi luogotenenti per la gestione delle piazze dello spaccio di Tivoli e Villanova di Guidonia, il 53enne tiburtino si occupava di mantenere i contatti con i fornitori della sostanza stupefacente, recandosi personalmente in via Carlo Tranfo a San Basilio per caricare la 'merce'. Ma anche di prendersi carico delle spese legali e del mantenimento dei sodali detenuti in carcere. Oltre a ciò si occupava anche dell'occultamento e del trasporto della droga. In caso di indisponibilità dei pusher sulle piazze di spaccio si occupava anche della vendita al dettaglio della cocaina. Oltre a ciò era davanti alla sua persona che chi "sgarrava" veniva giudicato, anche con processi sommari che arrivavano a punire chi non rispettava le regole con pestaggi e sfregi al volto. 

Carabinieri pedinati dagli indagati 

Affari di famiglia 

Un capo e due vice: uno per la piazza di spaccio di Tivoli e l'altra per quella di Guidonia Montecelio. Accanto ai tre vertici dell'associazione a delinquere mogli e compagne, ma anche cognati e nipoti, tutti autoctoni, tutti di Tivoli e di Guidonia. Affari di famiglia che riguardavano anche la gestione della "cassa comune", con l'organizzazione che aveva a disposizione enormi somme di denaro. Un business redditizio, con la "Cosa Nostra Tiburtina" che si riforniva di grossi quantitativi di cocaina da San Basilio, acquistando la "polvere bianca" al prezzo di 34mila euro al chilo, con un ampio margine di guadagno sulla vendita al dettaglio. 

Tutela legale dei sodali 

Nell'ambito dell'indagine antidroga che ha portato a 39 arresti nella Capitale, risulta indagato anche un noto avvocato, consigliere della Camera penale di Roma. Il legale è iscritto nel registro degli indagati per favoreggiamento personale continuato. "La tutela legale dei soggetti intranei al sodalizio è affidata da Cascalisci", in via pressochè esclusiva al suo avvocato, si legge nell'ordinanza di custodia del Gip Maria Paolo Tomaselli, che aggiunge - "E' emerso che Giacomo Cascalisci, capo indiscusso del sodalizio, cautellare si serviva dell'avvocato (...) per acquisire informazioni in merito all'arresto dei sodali, al chiaro fino di conoscere le contestazioni, gli elementi di prova, le eventuali dichiarazioni rese in sede di interrogatorio e il contenuto dei colloqui". 

Le armi a disposizione del gruppo

Secondo quanto emerso dalle indagini Cascalisci aveva a disposizione delle armi. Parlando con il capo della piazza di spaccio di Tivoli, lo stesso riferiva al 27enne di aver comprato qualcosa che nella descrizione sembra essere una pistola. "Quella che me so comprato io (...) L'ho presa e l'ho buttata n'mezzo a n'prato". L'assunto trova riscontro dalla risposta del suo luogotenente che invita Cascalisci a buttarla: "Buttala che quelle te scoppia in mano".

Organizzazione capeggiata dal Cascalisci

Un ruolo di vertice quello di Giacomo Cascalici, come si legge nell'ordinanza che ha portato all'emissione dei 39 arresti, emerge "con assoluta e lampante evidenza come l'organizzazione capeggiata dal Cascalisci imponga nell'ambito territoriale nel quale opera la propria supremazia facendo, con estrema disinvoltura, ricorso anche alla violenza nei confronti dei sodali infedeli e degli avversari, sia nei confronti degli appartenenti alle forze dell'ordine". Una informativa della Polizia Giudiziaria dove il 53enne tiburtino si pone "quale indiscusso leader criminale dell'area tiburtina ma soprattutto della città di Tivoli". 
 

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