Sparatoria ad Ostia: sette condanne e 23 anni di carcere per il clan Spada

Testimone oculare la giornalista Federica Angeli, a cui in seguito alla vicenda fu assegnata una scorta

Carmine Spada è stato condannato a tre anni

Pene per oltre 23 anni di detenzione complessivi. Questa la sentenza di condanna emessa dai Giudici della I Corte d'Assise del Tribunale di Roma nei confronti di 7 imputati appartanenti al cossiddetto clan Spada operante su Ostia. La sentenza in relazione alla sparatoria tra clan rivali avvenuta nel luglio del 2013 sul litorale lidense. 

In particolare sono stati inflitti 8 anni al boss Ottavio Spada, acccusato di tentato omicidio, e 3 anni per Carmine Spada. Nel complesso sono state decise pene per oltre 23 anni complessivi. La sparatoria avvenne il 17 luglio.

Testimone oculare di quanto avvenne fu la giornalista di Repubblica Federica Angeli a cui, in seguito alla sua denuncia, fu assegnata una scorta a sua tutela.

A commentare la condanna la stessa cronista che su twitter scrive: "Hanno condannato a 8 anni per tentato duplice omicidio Ottavio Spada. La mia testimonianza su cui si reggeva tutto questo processo ha portato a una condanna esemplare. 7 anni sotto scorta in cambio di 8 di carcere. Va bene così, dai.."

A manifestare vicinanza e stima a Federica Angeli Gianpiero Cioffredi, Presidente dell'Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio: "La sentenza sulla sparatoria tra clan rivali avvenuta il 15 luglio 2013 a Ostia rappresenta un bel giorno per chi crede nella giustizia e nella legalità ma soprattutto per Federica Angeli, a cui riconfermiamo la nostra solidarietà. La testimonianza di Federica Angeli testimone oculare di quella sparatoria è stata decisiva ai fini delle condanne inflitte, tra cui spiccano quelle agli esponenti del clan Spada". 

"La cronista di Repubblica sta pagando un prezzo altissimo, perché proprio per quella testimonianza da sette anni vive sotto scorta a causa delle minacce e delle intimidazioni provenienti da esponenti del clan Spada. Le mafie  non possono tollerare il diritto di cronaca e la libertà di informazione, cosi come non possono permettersi il risveglio della società civile amplificato in questo caso dalla decisione di Federica di denunciare un episodio delittuoso di cui è stata testimone. La fiducia nello Stato - conclude Cioffredi - grazie all’azione della Procura di Roma e delle Forze di Polizia finalmente viene accompagnato da una consapevolezza del ruolo che il protagonismo dei cittadini  può avere nel contrasto alle mafie".
 

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