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Pecore in dono a Rebibbia femminile, ma i problemi restano troppi

Consegnate 10 pecore per l'azienda agricola del carcere dove le detenute lavorano. Ma la vera lotta è contro il sovraffollamento, l'igiene precario e la carenza di personale

Flavia Grossi 7 dicembre 2011
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Mattinata diversa al carcere di Rebibbia femminile dove, alla presenza del garante dei detenuti di Roma Capitale Filippo Pegorari, l'assessore all'ambiente Marco Visconti e del delegato alla Sanità Animale Federico Coccia, sono state consegnate dieci pecore da latte all'azienda agricola della prigione donate dalle aziende agricole di Roma Capitale.

Il risultato di oggi arriva grazie a un accordo avvenuto tra la Cooperativa Sociale San Giuseppe di Serrone e Roma Capitale, nato nell'ambito di un progetto che ha come obiettivo l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate, quali disabili psicofisici e rifugiati politici, nell'ambito della pastorizia.
Un nuovo risultato dunque che si inserisce in un contesto delicato ed estremo come è quello del carcere.

Perché come ricorda il garante dei detenuti: “La situazione carceraria ora è terribile. C'è un grande sovraffollamento, a Rebibbia ci sono il doppio dei detenuti rispetto a quelli che può contenere. Le problematiche sono evidenti per chiunque: in uno spazio predisposto per cinque persone ce ne sono undici. Una cella che dovrebbe contenere due persone ne contiene quattro, per cui ci sono due letti a castello e tre sedie, la quarta sta in piedi. Così come il tavolo per mangiare: è troppo piccolo, non ci entrano. Inoltre, le mura sono sporche e, cosa assurda, a Rebibbia femminile mancano i bidet, cosa impensabile in una struttura che ospita delle donne. Servono soldi per sfoltirlo e renderlo più vivibile.”

Il garante continua dunque il suo appello alle istituzioni affinché la situazione carceraria migliori, al fine di riuscire a portare a compimento l'obiettivo in cui si realizza l'iniziativa di oggi: quello di formare i detenuti, sia dal punto di vista dell'istruzione che professionale, per far in modo che l'esperienza del carcere non sia solo una pena fine a se stessa, ma che gli consenta di apprendere un lavoro da poter svolgere una volta usciti dalle loro celle.

In quest'ottica è stata realizzata anche l'azienda agricola interna al femminile che, nata quasi insieme al complesso, negli anni si è ampliata arrivando a quella che è ora: un enorme spazio diviso tra le coltivazioni di ortaggi e quello destinato agli animali, come le pecore da latte arrivate stamattina e gli altri già presenti. Spiega il garante: “I prodotti per ora possono essere comprati solo internamente, ma contiamo di portarli nei mercati rionali. Gli introiti vanno alle detenute che lavorano in questi progetti così che un domani, scontata la pena, escano di qui con una professione, un qualcosa da cui ripartire.”

Marco Visconti, commenta quindi l'allarme lanciato dal garante dei detenuti: "Io credo che sia un problema da risolvere al più presto. Spero che dal governo ci sia una risposta chiara e veloce. Siamo in linea con le dichiarazioni del garante - prosegue Visconti a margine della consegna di dieci pecore da latte alla casa circondariale femminile di Rebibbia - noi come istituzioni possiamo fare iniziative come quella di stamattina e chiedere un intervento per risolvere i problemi sollevati".

Stesse criticità sono ricordate dalla dottoressa Lucia Zainaghi, direttrice di Rebibbia Femminile: “Uno tra i problemi principali è la mancanza di personale, seguito dalla carenza di budget. I tagli hanno pesato molto e rischiano poi di abbattersi anche su questi progetti. Le detenute che ne fanno parte di fatto eseguono un'attività lavorativa remunerata, ma senza fondi è sempre più difficile.”

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1 Commenti

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  • Avatar anonimo di Marco

    Marco Qualche anno fa ho visitato l'Asinara, dove era costruita la colonia agricola penale. Io pensavo si trattasse di un luogo di detenzione particolarmente severo, ed invece mi dissero che si trattava di un carcere di minima sicurezza, per soggetti tranquilli. Ed infatti, passavano le giornate a lavorare, e solo la notte dovevano stare chiusi nelle loro celle. Potevano anche fareil bagno in una spiaggia dedicata. La colonia fu chiusa perché un direttore si fregava i proventi. Poi arrivarono i brigatisti ed i camorristi, ed alla fine il carcere fu chiuso. Sarebbe un'iniziativa interessante, quella di istituire forme nuove di detenzione, destinate ai detenuti per reati sul patrimonio, e che si dimostrno seriamente interessati a cambiare vita. Potrebbe anche costare meno, perché se uno ha l'interesse a passare la pena in un posto migliore, non ci pensa nemmeno a scappare ed anche le misure di sicurezza potrebbero essere più leggere.

    il 7 dicembre del 2011