Limitato a Porta Maggiore

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Lo sgombero di Cardinal Capranica, le soluzioni improvvisate e la guerra ai conflitti sociali

Foto Ansa Massimo Percossi

Lo sgombero dell’occupazione di Cardinal Capranica non parla solo dell’assenza di politiche abitative adeguate nella capitale. L’operazione messa in campo lunedì 15 luglio rappresenta un punto di osservazione privilegiato sul rapporto delle istituzioni cittadine con i conflitti sociali. Nei giorni precedenti allo sgombero Virginia Raggi si è opposta alla ‘linea dura’ del vicepremier Matteo Salvini ma per i tempi e i modi possiamo dire che sia stata più una necessità legata a un fattore contigente: per i pentastellati l’ennesima emergenza romana, in questo caso di natura sociale, rafforza l’alleato di governo. Ci sono però diversi aspetti delle modalità con cui è stata trattata questa vicenda, a partire dalla costante delegittimazione di qualsiasi dialogo con le famiglie residenti nello stabile, che rendono, nei fatti, il Movimento cinque stelle capitolino compatibile e complementare alle misure repressive che il ministro dell’Interno leghista ha accentuato con i cosiddetti decreti sicurezza e immigrazione.

Nelle modalità con cui è stato effettuato lo sgombero dell’ex scuola, annunciato ormai da mesi, colpisce il ritardo con cui si è mosso il Campidoglio nell’individuare soluzioni. Risposte emergenziali, come se si trattasse di un terremoto. Non c’è da stupirsi. In quanto alle alternative per le famiglie in emergenza abitativa che vivono nelle occupazioni, Roma è ferma all’agosto del 2017. Ferma a piazza Indipendenza, con i rifugiati cacciati con gli idranti e i manganelli. Ferma alla tendopoli di piazza Santi Apostoli. L’unica differenza risiede nella divisione dei nuclei familiari: oggi anche i padri possono seguire madri e figli nei centri di accoglienza.

Pensare che questo sia sufficiente a rendere adeguate le risposte messe in campo a poche ore da una massiccia operazione delle forze dell’ordine (soluzioni temporanee in centri di accoglienza, posti letto in camerate, orari prestabiliti e assenza di autonomia, bagni in comune) significa essere soddisfatti della differenza che corre tra la barbarie e la disperazione. Lo sgombero di Cardinal Capranica lo ha confermato: Roma preferisce continuare a investire in soluzioni emergenziali, temporanee, costose e lesive della dignità e dell’autonomia delle famiglie coivolte piuttosto che elaborare soluzioni in grado di dare risposte nel lungo periodo e risolvere il disagio abitativo della città. Ne hanno scritto in tanti. Io ho provato a spiegarlo in questo articolo.

L’assenza di politiche in grado di affrontare la situazione non è però frutto di un’incapacità costante e nemmeno di un vuoto nel governo della città ma l’effetto collaterale, pienamente accettato, di un precisa posizione portata avanti con costanza fin dai tempi di piazza Indipendenza: nella Roma dei Cinque stelle non c’è spazio per il conflitto sociale. Nessun dialogo con realtà che decidono di praticare politicamente i conflitti da cui è attraversata una città cresciuta a dismisura grazie al motore delle dinamiche della rendita fondiaria e immobiliare, nessuna considerazione di rivendicazioni sindacali che non siano gestibili entro un non meglio precisato quadro di regole, nessun compromesso con realtà che si muovono in autonomia rispetto alle istituzioni, siano esse una casa per le donne o un servizio all’avanguardia per gli adolescenti con problemi  psichiatrici. E così, a maggior ragione, nessuna concessione ai movimenti, in particolare quelli per il diritto all’abitare. Non serve prendere posizione in questa partita per capire che delegittimare completamente il ruolo essenziale che le rivendicazioni, anche conflittuali, hanno sempre avuto nella conquista dei diritti per tutti all’interno di una società, va a modificare nel profondo la democrazia in cui abbiamo sempre vissuto.

Ostinarsi a descrivere i movimenti come infiltrati rispetto alle famiglie a cui dare una soluzione significa rifiutarsi di comprendere il ruolo storico delle occupazioni, abitate per la maggior parte da persone che attendono ufficialmente, da anni, risposte istituzionali che non arrivano. A riguardo non stupisce che sia stato scelto proprio il termine fragilità per definire le famiglie degne di ricevere assistenza. Una parola che indica una specie di contrappasso per ottenere accoglienza e per addomesticare queste persone a rispettare il ruolo di poveri quali sono. Il 9 luglio, mentre in prefettura si decideva la data dello sgombero, con un presidio i movimenti e i residenti di via Cardinal Capranica chiedevano di essere ascoltati. Con loro anche i rappresentanti di una fetta consistente di città, i movimenti sociali ma anche realtà sindacali, come Unione Inquilini, Asia Usb o la Cgil di Roma, e associative come la Rete dei numeri pari di cui fa parte anche Libera. Tutti concordi nel considerare necessaria l’apertura di un tavolo per non far cadere sulla città, senza alcun dialogo, una stagione di sgomberi che si annuncia senza precedenti. Ma non è avvenuto.

Questa posizione delle istituzioni capitoline non ha giocato un ruolo secondario rispetto all’assenza di poltiche abitative messa in luce dall’operazione del 15 luglio. Anzi. C’è un momento, più di altri, che fotografa bene il perché. Oltre un anno fa in Campidoglio si era formato un tavolo con l’assessora alle Politiche Abitative e Patrimonio, Rosalba Castiglione, al quale si erano sedute le realtà più disparate, dai movimenti ai costruttori passando per tutti i sindacati degli inquilini finalizzato a elaborare un piano per affrontare il disagio abitativo di Roma. Quel percorso è saltato perché il Campidoglio non ha accettato un piano che comprendesse anche gli occupanti quali destinatari delle soluzioni messe in campo.

La legalità va perseguita senza se e senza ma, è la lezione, anche a costo di sacrificare la giustizia sociale. Per lo stesso motivo, i finanziamenti stanziati dalla delibera regionale per un piano per l’emergenza abitativa della città sono ancora fermi. Seppur si sia dimostrata più attiva, investendo 40 milioni di euro per un programma di frazionamento degli alloggi Ater, nemmeno la Regione Lazio è stata in grado di produrre un dialogo costante e soluzioni a lungo termine, mentre ha suscitato un’ondata di polemiche l’approvazione di un piano massiccio di vendita di case popolari. In questo quadro chi governa questa città ha semplicemente atteso fino all’ultimo per poter assumere, dettate ormai da una prevedibile urgenza, discutibili soluzioni temporanee.

La sfida che Roma ha di fronte nei prossimi mesi è però più ampia. Nell’elenco pubblicato venerdì scorso dalla Prefettura con la lista dei 25 immobili da sgomberare nei prossimi anni non figurano solo occupazioni a scopo abitativo ma anche una serie di spazi sociali storici. Anche se non sono abitati da famiglie e decine di bambini il loro ruolo non va separato dalle prime. Nel documento si impone un tema di certo non secondario in questa vicenda, quello della garanzia della proprietà privata, anche se non mancano occupazioni di proprietà pubblica, proprio come l’ex scuola di Cardinal Capranica. Un diritto legittimo ma, come insegna la Costituzione, non assoluto, e che da sempre interroga chi amministra le città. Le occupazioni, per le questioni che pongono, affrontano da sempre questo nodo che mette al centro il ruolo della rendita nello sviluppo e nell’accesso alla città da parte di tutte le fasce sociali (l’espulsione dalle zone più centrali di migliaia di romani negli ultimi vent’anni o il numero spaventoso di sfratti per morosità accumulati negli ultimi dieci sono un valido esempio), lo spazio concesso ai bisogni degli abitanti, la diffusione della cultura, l’inclusione e la difesa degli elementi più deboli, il valore della solidarietà, della convivenza, della sostenibilità ambientale e del recupero urbano di una città che conta centinaia di edifici irresponsabilmente abbandonati proprio da proprietari privati.

Avviare una stagione di sgomberi senza prendere una posizione verso questi temi, senza ascoltare le questioni che questa parte di città pone da anni, senza dichiarare le proprie scelte è una scelta politica precisa e programmabile non un vuoto di capacità a gestire un’emergenza. Venerdì 26 il Campidoglio ha convocato il primo incontro di un tavolo permanente con le realtà sociali sui livelli di assistenza in relazione agli sgomberi. La strada è tutta da costruire. Come primo passo si potrebbe fare chiarezza sul destino dell’ex occupazione di via Cardial Capranica. Un’ex scuola di proprietà del Comune di Roma. 

Limitato a Porta Maggiore

In una città dove quando ti sposti ti sembra di non arrivare mai, 'Limitato Porta Maggiore' è una condizione esistenziale. Passa un tram, leggi 'limitato', ma ci sali, perché anche avvicinarsi alla meta è un passo avanti. Roma è sfuggente e Porta Maggiore è la sua anima. Un po' stazione e un po' piazza, mercato improvvisato e monumento, rifugio per senzatetto, giardino malmesso, accesso d'oriente per popoli d'ogni dove. Così parto da qui.

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