Abitare Roma: le parole per dirlo

Abitare Roma: le parole per dirlo

Le parole colorate dell’abitare

Sto seguendo la realizzazione di un piccolo edificio di cui ho progettato il “recupero” in una zona della città che conosco poco. Così, ogni volta che vado in cantiere, finisco per non trovare la strada. Mi perdo in assenza di riferimenti. Quelli naturali che non ci sono. Quelli edilizi che sono pressoché tutti uguali.

Lasciata, infatti, la lunga strada di accesso che borda in modo tangenziale quel comparto urbanistico, in quel tanto costruito non c’è neppure un negozio. Ci sono due alfabeti. Quello scompigliato proprio di esercizi commerciali ( è il regno  degli “smorzi” e dei venditori di mobili ) e dei distributori di carburante. Quello afono, neppure balbettante, che sembra avvolgere le  residenze dell’interno.

Mi accorgo girando che non ci sono neppure colori. Scomparsi. Pochi i muri coperti da intonaci. Per lo più la distesa di case a schiera è rivestita in cortina. Un infinito sfilare di “mattoncini” sul giallo nascosti da grigliati in ferro dipinti grigi o verdi. Quando si riescono a vedere, oltre quella “cortina di ferro”, gli infissi sono tutti verdi così come rosso vorrebbe essere il colore dei tetti costituito da tegole di cemento rossastre e sbiadite ancor prima di essere tirate giù dal camion che le ha portate nel cantiere.

Anche abbassando lo sguardo a terra, è arduo riconoscere segni da potere essere utilizzati, in una visita successiva, per non perdersi. I marciapiedi, quando ci sono, sono asfaltati e quella buca sulla strada che appare così smisurata conoscerà da li a poco più repliche . Riferimenti da non prendere per non complicarsi ancor di più i viaggi successivi.

Anche questa è Roma. Anche questa è la consistenza  edilizia (non abusiva) della città. Queste case che si fissano nel rispecchiarsi ossessivamente le une con le altre sembrano occultare con il cemento le parole dell’abitare. Quelle capaci di segnare con le differenze, come trasformare la città, quelle da trovare per tirala fuori dall’attuale condizione che la vede stretta tra ciò che ancora non c’è (la rigenerazione urbana) e quello che non c’è mai stato (il riconoscimento del diritto per tutti ad avere una casa).

E’ tuttavia un’edilizia da non guardare con sufficienza. Girando tra quei ricorsi di mattoni scopro continuamente la sua importanza. Posti come questo, e a Roma sono tanti, dimostrano che viviamo in una città bipolare: grande e  al tempo stesso minuscola. 

Dove sono i servizi per chi queste case abitano dove, anche per andare a comprare un pezzo di pane, si deve prendere la macchina e pagare il pedaggio al più vicino centro commerciale?

Come può quest’abitare parcellizzato dal resto partecipare agli atti di governo del territorio metropolitano?

Servirebbero ancora parole colorate  per raccontare e raccontarci il mondo, non per tradurre in rogiti, atti e compromessi l’instancabile lavoro di chi ci condanna all’abitare secondo una sola parola: rendita. 

Abitare Roma: le parole per dirlo

" Antonello Sotgia. Architetto. Convinto che la ""città è opera collettiva per eccellenza"", non riesce a darsi una ragione del perché si permetta alla rendita dei ""pochi"" di cancellare l'abitare dei ""molti"". "

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