Abitare Roma: le parole per dirlo

Abitare Roma: le parole per dirlo

Dopo il 'no' al 'sogno olimpico' Raggi progetti i desideri della città

Dalla discussione olimpica ho capito che le città costano. Sia che ci si voglia rimettere mano perché sono molte le cose che non vanno e sempre più complicato risulta abitarle. Sia che, ma poi le due cose vanno insieme, si voglia iniziare a recuperare quello che ancora si può utilizzare e magari appoggiarcisi sopra per programmare il nuovo.

E’ il caso di Roma. Abbiamo saputo che, se le olimpiadi fossero arrivate, il Governo era pronto ad aggiungere anche il suo finanziamento a quello del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Il Presidente del Comitato organizzatore Roma 2024 ha parlato di 2,3 miliardi di euro a carico del paese. Troppi, con tutta evidenza, se fosse stato pensato di dedicarli, esclusivamente, alla nuova riorganizzazione dell’impiantistica sportiva cittadina. Troppo pochi, con altrettanta tutta evidenza, se quel “tesoretto” fosse stato deciso di spalmarlo, oltre che sulla rigenerazione sportiva, sull’organizzazione dei servizi generali e sulle reti infrastrutturali urbane.

Subito dopo il No della Sindaca si è dato il via ad una sorta di “renovatio urbis” fatta di parole.  Ad elencare quello che Roma non avrà più. Il “no” renderebbe impossibile fare qualsiasi cosa sostengono i sostenitori olimpici. Dal Campidoglio rivendicano, l’essere riusciti, proprio con il no, a sottrarre la città dall’inquinamento da mattone. Si potrà, aggiungono, andare avanti lo stesso. Parole che hanno confermato quanto Roma sia una città interrotta. Perché queste narrazioni, anche se contraddittorie, sembrano avere un punto in comune i soldi. Che non ci sono.  Che bisogna trovare. 

Roma è una città interrotta, scriveva un altro sindaco, Giulio Argan, nel 1978 perché “si è cessato di immaginarla e si è iniziata a progettarla” e, aggiungeva “a progettarla male”. Siamo ancora a questo punto. Il CONI ha apparecchiato la tavola urbana pensando infatti ad una città fatta con i resti. Una grande cucina dove mettere a ribollire il vecchio con il nuovo. Il tutto impreziosito, quale condimento, dall’inevitabile, è sempre stato così in tutte le olimpiadi, e prevedibilissimo indebitamento. Un piatto davvero indigesto per il corpo della città che di debiti è oltremodo satura.

Se provassimo a sostanziare il No di Raggi seguendo proprio l’insegnamento di Argan immaginando Roma? Si potrebbe fare già a partire dalla discussione in consiglio comunale dove sarebbe bene che i consiglieri non si limitassero ad alzare la mano per approvare la necessaria delibera di disimpegno olimpico o ad alzare contro di essa barricate oratorie.

Magari iniziando con il votare all’unanimità di richiedere al governo proprio quei soldi che diceva d’aver trovato da destinare allo svolgimento olimpico affinché possano lo stesso, anche senza olimpiadi, essere destinati alla rigenerazione urbana di Roma. Sono, seguendo il ragionamento contabile di Malagò, oltre due miliardi di euro.  Roma “ha bisogno di soldi” dice l’assessore Berdini “altrimenti collassa”. Due miliardi non sono molti. 

Possono diventare tuttavia moltissimi se saranno usati dalla città per un progetto che, come primo obiettivo, immagini come possibile la riduzione delle distanze, non solo fisiche, tra chi la città abita e tra i luoghi di questo abitare. Progettando non di far seguire i cantieri ai carabinieri, ma molto semplicemente di fare quello che non siamo mai stati capaci di fare: costruire la città e l’abitare attraverso atti normali. Da parte di tutti. Di chi decide l’opera da realizzare dopo aver ascoltato la città, di chi la progetta, di chi l’appalta, di chi la costruisce, di chi la userà.

Tenendo conto, tutti, dei bisogni di chi la città abita, di chi ha diritto a vivere le trasformazioni che lui stesso materialmente produce con il lavoro, la cooperazione sociale, la produzione culturale, la solidarietà, l’accoglienza, la ricchezza del suo vivere.  Mi piace interpretare il No di Raggi come il riconoscimento che il sogno olimpico, come è stato presentato, rischiava di andare contro i bisogni della città. Ora bisogna andare avanti.

Virginia Raggi, che è mamma, troverà certo il tempo di leggere Cenerentola al suo bambino. Le mamme, si a, riescono a fare tutto. Anche quando fanno la Sindaca. Sa quindi che i “sogni son desideri di felicità” e che è suo compito aiutare la città, che la ha voluta al Campidoglio, a sognare per realizzare la felicità a cui i suoi abitanti hanno diritto. 

Ad iniziare dal costruire il vivere in una città che sa rinunciare ai grandi eventi perché si sa immaginare diversa ricercando il bisogno finora insoddisfatto della normalità. Rappresentato da una città che si s’interroga sulle proprie necessità, progetta soluzioni condivise, lotta per realizzarle, impone al governo di ricevere quello che è suo diritto. Non come un ricatto in cambio di un avvenimento che avrebbe finito con il soffocarla ricoprendola, ancora una volta, di ulteriori debiti.

La sindaca ha parlato di responsabilità. Le chiedo di dare il via ad una strategia d’immaginazione urbana per poter finalmente sognare. Davvero.

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