Abitare Roma: le parole per dirlo

Abitare Roma: le parole per dirlo

A Portonaccio c’è un mondo magico

Sono state soprannominate Oz. L'ex fabbrica dell'Rsi che manuteneva le carrozze dei treni notte, da un paio di anni a questa parte sono le Officine zero

Fino a qualche anno fa era la “casa dei vagoni letto”.  A Portonaccio in un’area di oltre quattro ettari, per conto delle Ferrovie dello Stato, le officine RSI  mettevano a posto, a volte ricostruendole pezzo per pezzo,  cuccette e cabine. Un mix fatto di tessuti, parati,  carrelli, ruote  lamiere, presse e strumenti di precisione, capace di produrre uno di quei servizi  ferroviari “ bruciati” con l’introduzione dell’Alta Velocità.

Cacciata dal sistema ferroviario, anche con un atto simbolico rappresentato dal taglio del binario che collegava la fabbrica alle rotaie della vicina stazione Tiburtina, la fabbrica era pronta per essere preda di uno dei tanti gruppi finanziari che interpretano il tema della trasformazione urbana degli edifici dismessi nell’unico modo che conoscono (e che gli è disinvoltamente permesso): fare rendita trasformando tutto in case e centri commerciali.

Qui questo non è accaduto e quello che sta accadendo da un paio di anni sta a dimostrare che il verbo rigenerare può essere coniugato in un altro modo  dall’essere imparentato esclusivamente con “alloggi esclusivi”, case, stanze, negozi; con le solite operazioni di rendita che, tanto per restare a poca distanza, stanno divorando San Lorenzo dove, proprio in questi giorni, la vecchia fonderia Bastianelli nell’indifferenza dell’Amministrazione è stata spanciata a terra per lasciar posto al solito condominio.

La riconversione in corso in questi spazi, occupati da un’inedita pattuglia, composta oltre che da chi li ci lavorava, ora, da precari e disoccupati, ha prodotto un progetto costruito proprio sulle parole che dovrebbero far vivere le città. A chi per bieco (e stupido) calcolo economico non ha saputo far altro che proporre licenziamenti, chiusure, cassa integrazione e mobilità, per perseguire le proprie pulsioni di rendita e fare profitto da Officine Zero (OZ questo il nome con cui l’occupazione è stata ribattezzata) si è risposto lanciando un progetto economico costruito sulla cooperazione il mutualismo e la sostenibilità ambientale.

Là dove alcuni vorrebbero: prima portar via le macchine (che gli occupanti hanno fatto di nuovo funzionare) e  poi,  a prezzi stracciati, impossessarsi del posto è in atto una sperimentazione che “promuove progetti innovativi che beneficano della cooperazione tra le diverse professionalità e mestieri presenti”.

Capannoni e quegli spazi ora tirati a lucido, tanto da essere stati eletti a “libro di testo” dal Dottorato di Ricerca in Tecnica Urbanistica dalla Sapienza, quale esempio di realizzazione di un territorio solidale, da luogo in cui venivano trattati materiali tossici stanno trasformandosi in un Centro del Riciclo e del Riuso dove in modo autorizzato (la Regione sta seguendo con attenzione il tutto e si dice pronta a impedirne lo spezzatino immobiliare finanziario) sarà possibile recuperare le apparecchiature elettriche ed elettroniche al fine di rivendere alle industrie materie prime e seconde e creare un magazzino ricambi.

E’ previsto inoltre che una parte di quanto recuperato sia destinato al riuso creativo un terreno dalle forti ricadute occupazionali.  Lo dimostrano i tanti che si stanno rivolgendo ai servizi “oziani” già in funzione: tappezzeria, falegnameria, lavorazioni in ferro, elettricisti.  Lo dimostrano i tanti “saperi” che hanno saputo guardare a quest’esperienza come l’Istituto Svizzero (che tra quei vagoni ha svolto il secondo Congresso dei disegnatori), la facoltà dì Ingegneria della  Sapienza, la rete Sbilanciamoci.

Nella palazzina del direttore è ora in funzione uno studentato autogestito: Mushroom. Una risposta al Governo e all’Università che  come servizi non  offrono nulla agli studenti. Una forma indiretta di reddito per chi ne è ferocemente privato che attiva inedite  condivisioni tra saperi e competenze.

Il modo magico  di OZ è subito dopo la Tiburtina verso Portonaccio.

Un mondo che  parla di autogestione, riconversione, mutualismo.  Andiamo a trovarli. Raccogliamo quelle parole.  Capiremo che l’asta pubblica con cui il curatore fallimentare vuol mettere quel bene sul mercato non è una soluzione che fa gli interessi della città. La Regione ha detto che seguirà quest’atto con attenzione. Facciamo di più, come da tutto il mondo  in molti stanno facendo, sottoscrivendo il loro appello (www.ozofficinezero.org)  Aiutiamoli a resistere per aiutare il nostro abitare.

Abitare Roma: le parole per dirlo

" Antonello Sotgia. Architetto. Convinto che la ""città è opera collettiva per eccellenza"", non riesce a darsi una ragione del perché si permetta alla rendita dei ""pochi"" di cancellare l'abitare dei ""molti"". "

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