Abitare Roma: le parole per dirlo

Abitare Roma: le parole per dirlo

E se la Sindaca raccontasse Roma a suo figlio?

Tra qualche giorno è fissata la prima seduta del Consiglio Comunale. Sarà questa l’occasione per la Sindaca di raccontarci della città. Quella che ha ereditato. Quella che intende contribuire a costruire. Promuovendo progetti. Rimisurando o annullando iniziative soltanto programmate. Un racconto difficile. A chiudere un paio di settimane a ridosso del “ballottaggio” dove tutto sembrava ridotto a scelte sportive. Si scrive stadio e olimpiadi. Si legge grandi opere. Certamente anche di questo la Sindaca parlerà, così come parlerà di come intende mettere mano al funzionamento della città. Presentando squadra e programma.

Saranno sicuramente parole e frasi su cui in molti si butteranno sopra avidamente per cercare di capire, da subito, le scelte della prima donna chiamata a essere Sindaca di Roma. Non mancheranno le ricostruzioni, le ipotesi interpretative, la vivisezione di ogni parola. Alla ricerca delle novità, degli scarti, della evidente o meno discontinuità con il passato, delle contraddizioni con quanto fin’oggi affermato da lei e dal suo movimento. Non mancherà il sarcasmo. Ne la supponenza con cui in molti, tra candidati battuti,loro mancate squadre, supporter e “clienti” delusi, si sono esercitati e non sembrano ancora essersi rassegnati.

Fin qui la politica. I suoi paradigmi comunicativi. Le sue leggi compositive che, alle volte, possono essere spietate. Non ho alcun consiglio da dare a Virginia Raggi per il proprio discorso d’insediamento. Non ne ho neppure alcuna voglia non conoscendola ed anche un po’ preoccupato come sono dalle modalità operative del suo Movimento. Conosco però, per farne parte da molti anni, alcuni tra i ragionamenti che si fanno i quasi tre milioni di abitanti romani.

Chiedo alla Sindaca di risparmiarci, si scrivo proprio così, come hanno fatto tutti i suoi predecessori, di dire che dovremo preoccuparci di lasciare una città diversa alle generazioni future. Non è questo un paradosso ne un invito a Virginia a tracimare dal “politicamente corretto”. E’ un invito, un mio sogno personale, visto che la Sindaca ne è nelle condizioni.

Quando salirà nell’alto scranno con alle spalle la statua di Giulio Cesare in quell’aula, i cui lavori di restauro sono perfino oggetto di un’indagine giudiziaria, ci racconti di come intende cambiare il nostro abitare e lo faccia come se stesse raccontandolo a suo figlio.

Lui, quel bambino, sa bene delle gimcane che avrà fatto spinto dal carrozzino dalla sua mamma perché le strade sono malmesse e i percorsi a piedi pericolosi. Lui sa bene che molti dei suoi più piccoli amici non hanno trovato posto nei nidi comunali e che vengono parcheggiati qua e là tra vicini e nonni. Lui sa bene che i giardinetti dove va a giocare si chiamano parchi solo nelle indicazioni dei cartelli stradali. Lui sa bene che, ancora, quell’amichetto/a con cui aveva iniziato a prendere le misure del mondo un bel giorno è scomparso perché, e lui aveva conosciuto una nuova parola, era stato”sfrattato”. Lui sa bene per vederlo di continuo, molti anziani, ancora più vecchi dei suoi nonni, aggirarsi tra le bancarelle del mercato alla chiusura per raccattare qualche pezzo di frutta ancora, più o meno, mangiabile.

Lui ha conosciuto lunghe soste in attesa di un autobus perché lì dove abita quel treno veloce che si immerge nel buio non si è mai visto e bisogna aspettare molto per uscire da quel dedalo di palazzine dove vive , ma non era nato a Roma? sente chiamare “borgata” Ottavia. Lui non capisce perché, di quel quartiere dove mamma è nata e le case sono così grandi che mettono quasi paura, si dice che è vicino a centro. Centro di cosa?

Sa che quelle case intorno alla sua sono tante, ma tantissime non sono case perché sono chiuse. Non ci sono abitanti, le finestre sono sbarrate ed alcune hanno signori con pistole che vigilano affinché nessuno entri e le faccia diventare case, che è poi la ragione per cui sono state costruite. Vede, ora che ha imparato a leggere, che molti dei negozi che lo attiravano per le loro insegne colorate, hanno tutti un medesimo cartello dove è scritto “Chiuso per cessata attività”. Vede ogni tanto qualcuno che abita in macchina o in qualche tenda, ma, anche se la conosce, non trova la scritta Camping!.

Si sente raccontare dalle sue maestre che sarebbe bene se qualcuno potesse chiedere ai propri genitori un aiuto perché non si sa come fare le fotocopie, comprare il materiale per fare i “lavoretti” e sente dire che alcuni di questi genitori la mattina restano a casa perché il lavoro lo hanno perso e alcuni sono costretti a cercare proprio lavoretti che forse non vuol dire incollare tra loro e costruire castelli con cartoncini colorati.

Sa che di tutto questo può parlare alla sua mamma perché sono proprio queste cose che avvenendo e accavallandosi tra loro fanno la città. Sa che lui vuole che la città, Roma che deve essere certo qualcosa di più del nome di una squadra di calcio alla perenne ricerca di uno scudetto e di uno stadio, funzioni ora. Non si vuole sentire parte di quella che viene chiamata futura generazione. Perché rimandare?

Sarebbe bello che Virginia Raggi, Sindaca di Roma, scegliesse e riuscisse a parlare alla città come se parlasse a suo figlio. Sarebbe l’unico modo di capire che la città può essere raccontata e, quindi, progettata solo da chi è capace di raccontarsela sapendola ascoltare.

Abitare Roma: le parole per dirlo

" Antonello Sotgia. Architetto. Convinto che la ""città è opera collettiva per eccellenza"", non riesce a darsi una ragione del perché si permetta alla rendita dei ""pochi"" di cancellare l'abitare dei ""molti"". "

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Commenti (2)

  • e comunque dovrebbero farlo tutti quelli che hanno delle responsabilità, può darsi saranno più sinceri.

  • complimenti spero che qualcuno gli faccia leggere queste riflessioni.

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