Abitare Roma: le parole per dirlo

Abitare Roma: le parole per dirlo

Le case hanno un cuore: il crollo di Torre Annunziata parla anche a Roma

Il crollo della palazzina a Torre Annunziata (ANSA / CIRO FUSCO)

Secondo una recente ricerca condotta dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri sono oltre quattro milioni gli edifici in Italia con seri problemi di stabilità. Sei milioni, tra quelli costruiti fino al 2001, mancano di ogni forma di manutenzione. Un terzo di loro riguarda le case tirate su prima del 1945. Un altro 30% il costruito dalla fine della guerra al 1961. A leggere questi dati sembrerebbe che nel nostro paese, primo nella classifica europea per numero dei proprietari di case, questi non amino la propria casa. Che la trascurino.

Basterebbe fare un giro per intere porzioni edilizie di Roma con il naso all’insù per accorgersene. Sono sempre più numerosi i pezzi di cemento che “saltati” dai frontalini di moltissimi balconi. Molteplici sono i segni indelebili lasciati sulle facciate dalle colate d’acqua. Queste, quando trovano un buco per infilarsi, sembrano tenerci a esibire la propria forza distruttrice accanendosi su quelle facce.  Sempre di più sono le palazzine, che precauzionalmente avevano scelto di ricoprire la propria pelle con qualche rivestimento, a mostrarsi come se indossassero una pelle di leopardo. Avviene ovunque. In centro e nelle periferie. Per molte tipologie. Per gli interventi pubblici. Per quelli privati.

Siamo moltissimi a trovarci a convivere quotidianamente con chi in realtà non conosciamo. Che sappiamo di quell’edificio dove abitiamo? Di come è stato fatto? Di come nel tempo si è trasformato? Anche quando siamo noi a decidere di mettere mano alle nostre “stanze”, che fine fa quel progetto che dobbiamo presentare per iniziare i lavori. Perché non dobbiamo parlarne con chi magari abita sotto o sopra di noi? Perché non lo deve fare lui, se inizia qualche lavoro? Perché dobbiamo sentirci tutti “padroni a casa nostra”? Perché tacere.

Quando qualcuno ha pensato che tutto ciò dovesse finire. Che ogni edificio dovesse avere il proprio “album di famiglia” dove raccogliere e conservare tutte le storie capaci di farlo vivere. Che tutto ciò, trasformazioni comprese, facesse parte del “fascicolo del fabbricato”, sono nate le proteste. 

Correva l’anno 1998. Da lì a poco una potente Associazione dei proprietari di case, trovando eccessivo dover far spendere ai propri assistiti qualche decina di euro (allora poche migliaia di  lire) a famiglia per la propria sicurezza, si oppose. Il Comune di Roma costretto a capitolare. Da allora ognuno si regola come crede. Abusi edilizi compresi. 

Quel fascicolo conteneva una parte preziosa chiamata “manutenzione programmata”. Indicava la possibilità che, attraverso un’opera costante di prevenzione e una serie di interventi minuti scadenzati nel tempo, molti di quei fenomeni, che presto o tardi si presentano nelle nostre case, si sarebbero potuti attenuare.

La tragedia di Torre Annunziata riapre ora questa discussione. Ancora una volta si vorrebbe richiudere trincerandosi dietro l’onerosità di fare indagini accurate, le sole atte a garantire la sicurezza degli edifici. Sono indagini che costano. Non basta infatti aprire le porte delle case e guardare. La proposta del Governo di legare le compravendite immobiliari all’esibizione di un certificato di stabilità è già oggetto di numerosi distinguo. «È un pezzo di carta che non serve a nulla» dicono autorevoli ingegneri strutturisti. Ha gioco facile così chi vorrebbe lasciare le cose come stanno. Oggi essere proprietari di casa vuol dire dover sopportare un costo sempre più elevato. Sia di tipo fiscale che per far fronte ai problemi che ogni edificio, dopo molti anni dalla propria costruzione, si porta appresso. Basterebbe pensare alla voce “rimozione dal tetto di elementi di copertura dove si è rilevata la presenza di amianto”. 

Tutto questo rende evidente come la scurezza legata al nostro abitare sia prima di tutto un problema culturale. Come tale è un problema collettivo. Non può funzionare lo schema dispotico di chi in materia di casa si sente libero di fare tutto quello che vuole perché “padrone in casa propria”.

La manutenzione urbana, così come la messa in sicurezza del territorio (a iniziare dal fermare il consumo di suolo) è la vera questione territoriale del nostro paese. Un grande progetto che non può essere lasciato ai singoli abitanti o alle singole amministrazioni. È un progetto che ha bisogno di investimenti e regole. Subito dopo di fondi, personale, interventi adeguati e dei necessari monitoraggi. Una questione nazionale. 

Anche le parole sono necessarie. Non quelle che ognuno di noi sceglie per dire che non è un suo problema. Basterebbe che iniziassimo a raccontare il nostro abitare quotidiano, magari già nelle conflittuali assemblee condominiali, per trovare quelle parole che ci convincano che la città è l’opera collettiva per eccellenza.  Da affrontare e risolvere tutti assieme. Che anche noi possiamo e dobbiamo avere diritto di parola. Per accompagnare analisi e progetti e renderli così capaci di comunicare.

Le case anche se sono fatte di cemento hanno un cuore e come arterie le strade e le infrastrutture della città. Perché continuare a ferirle?

Abitare Roma: le parole per dirlo

" Antonello Sotgia. Architetto. Convinto che la ""città è opera collettiva per eccellenza"", non riesce a darsi una ragione del perché si permetta alla rendita dei ""pochi"" di cancellare l'abitare dei ""molti"". "

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