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Abitare Roma: le parole per dirlo

Abitare Roma: le parole per dirlo

Il crollo del Flaminio e gli alberi sulla testa

In Germania, il "tetto verde" trova posto nelle prescrizioni dei regolamenti edilizi della maggior parte delle città. In Canada, specificatamente a Toronto, chi si accinge a tirar su un edificio, è obbligato a “coronarlo” con un giardino. In Francia, ora, con un’apposita legge, ogni edificio di carattere commerciale dovrà essere coperto, almeno in parte, da un manto verde. Questo, non solo per bellezza, elemento indispensabile nella costruzione della città, quanto come vero e proprio investimento climatico.

Il verde piantato all’ultimo piano incide, infatti, sul il bilancio energetico dell’edificio che l’ospita. Alcuni studi fissano questo risparmio, in una percentuale del 30%. In molti casi sui tetti, si arriva anche coltivare frutta e verdura che, come dimostrano ormai molte tesi di ingegneria ambientale, aiutano l’edificio a durare più a lungo. Fin qui per quello che riguarda la costruzione. 

Ma che succede a chi abita questi edifici? Sicuramente vede cambiare la qualità della propria vita. Come singolo abitante ritrovando nella cura del verde o, come detto, nella produzione di frutta e verdura, riprodurre in ambito casalingo attività che richiederebbero altri spazi. Come cittadino praticando, sia pure parzialmente, piccoli, ma significativi, elementi di costruzione di una biodiversità ambientale. Un’inedita e preziosa forma di resistenza ecologica all’interno di consolidate isole di cemento. 

In Italia le cose stanno diversamente. L’uso del verde, i tetti giardini trovano poco spazio nei regolamenti edilizi. Le coperture delle nostre case sono foreste di antenne e parabole. Gli alberi sono lussi che pochi si possono permettere. Così un modesto sovrapporsi di terrazzi arredati verdi, diventa, a Milano nella nuova area “rigenerata”(sic) intorno alla stazione Garibaldi, addirittura un “bosco verticale”. Come tale viene esaltato. Una novità. Da spacciare come esclusiva e battezzare con un prezzo appropriato. A Roma, città climaticamente più interessante certamente, il tetto giardino, è una questione ancora affidata al fai da te. 

E’ di questi giorni il crollo del Flaminio. Molti degli abitanti di quello sfortunato palazzo hanno puntato il dito contro il supposto eccessivo carico  con cui una signora, professionalmente innamorata del verde, avrebbe sottoposto il solaio di quegli 80 metri quadri di terrazzo che i più, ora di fronte il collasso edilizio, raccontano “simile ad una giungla”. 

Saranno le indagini a stabilire le responsabilità. Forse sarebbe il caso che insieme a calcoli, perizie, planimetrie, qualcuno, per esempio la nuova Amministrazione che s’insedierà tra qualche mese, studi e promuova norme certe e sicure per sostituire antenne, fili e parabole da sopra le nostre camere con quegli elementi verdi che insieme al necessario contenimento energetico non siano  “feticci” per pochi privilegiati (l’edificio di Milano) o la sperimentazione fai da te (la signora del Flaminio), ma costruiscano forme di resistenza alla città del cemento in cui ci vogliono rinchiusi aiutando la vita di tutti noi. 

Le città, tutte, nate come violenza verso il territorio loro preesistente potrebbero con questo piccolo atto ricordarsi di questo atto originario che perpetuato ininterrottamente ci sta portando al consumarsi dell’abitare. 

Abitare Roma: le parole per dirlo

Antonello Sotgia. Architetto. Convinto che la "città è opera collettiva per eccellenza", non riesce a darsi una ragione del perché si permetta alla rendita dei "pochi" di cancellare l'abitare dei "molti".



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