Abitare Roma: le parole per dirlo

Abitare Roma: le parole per dirlo

Corviale e le altre, le 'Mirabili presenze' del Municipio XI

Siamo così abituati a pensare all’edificio di Corviale, a quel lungo chilometro di stanze calato su una collina della Portuense, che ti accorgi, solo quando capita di essere lì, che quel chilometro è largo duecento metri. In quella “larghezza” trovano posto servizi. Funzionano da tempo, come la Biblioteca Renato Nicolini. Altri, ora nella loro fase finale di costruzione, funzioneranno (si spera) presto come il cantiere per la riqualificazione del plesso comunale di via Mazzacurati.

In attesa dell’apertura della sala spettacoli che quel complesso contiene, è solo possibile immaginarla guardando la sinuosa carezza metallica che misura la larghezza del corpo di fabbrica rappresentandone la copertura. Alcune presentazione di libri si svolgono in una spartana saletta della Biblioteca, uno spazio raccolto che sarebbe certo piaciuto a Renato Nicolini che del Corviale e del suo progettista (Mario Fiorentino) è sempre stato un convinto ammiratore.

Un luogo perfetto per presentare “Mirabili Presenze” (edizioni Efesto. Roma 2016. euro 27,00), la pubblicazione curata da Mauro Martini. Del Municipio XI, oltre che abitante, è stato direttore dell’ufficio tecnico. Non sono solo le carte dei progetti passate sul suo tavolo a essere presenti in quelle pagine. Questa volta l’occhio dell’attento e rigoroso funzionario pubblico sembra aver ceduto il passo a quello dell’innamorato dei luoghi da lui stesso sempre frequentati.

Il libro ovviamente, e non potrebbe che essere così, parla le parole dell’urbanistica. Lo fa, tuttavia, incrociando quelle di chi, personalmente o per aver partecipato ad alcuni avvenimenti, hanno risposto all’invito del curatore per raccontare, ed è questo il senso originale di questa pubblicazione, non solo la storia dei luoghi, ma la loro caparbia volontà d’appartenergli.

Nel libro non c’è tutto quel territorio. Martini presentando il libro lo ammette e dice che mancano “pezzi” importanti del Municipio. Lui elenca la prima borgata romana del Trullo, ma aggiungerei, manca la “collina dell’Alitalia” dove i sogni veltroniani della cosiddetta centralità sono naufragati in una scomposta marmellata edilizia. Seguiamo Totò e Ninetto (Uccellacci e Uccellini) sulla collina di Montecucco, ma non gettiamo neppure un’occhiata alla borgata Petrella. Non scendiamo lungo il cimitero della Parrocchietta per leggere quelle lapidi che avrebbero, certo, meritato un Edgard Lee Masters capace di dar loro voce. Né viene ricordata la lotta per il diritto alla città che ha sconfitto, a metà degli anni 70 del '900, chi aveva pensato di far abitare 40 mila persone sotto l’argine del Tevere alla Magliana.

Il libro è altro ed è proprio quell’altro che, andando all’aeroporto o verso qualche centro commerciale disperso nell’ovest romano, guardiamo senza neppure chiederci cosa sia, ci viene svelato da una serie di appassionati “complici” che Martini ha ingaggiato per farci da guida, per raccontarci la “loro” storia di questa parte di città che, questo il principale merito di quest’iniziativa editoriale, considerano totalmente parte del presente del materiale che dovrà accompagnare la trasformazione di Roma. 

Il bosco sacro trimillenario, la sfortunata generosa missione “bonificatrice” del padre di Giacomo Leopardi sconfitto dalla malaria, la memoria della resistenza all’occupazione tedesca di Roma, l’archeologia industriale, le palazzine, un ponte che ancora collega il “niente” con il “niente”, l’abitare il forte portuense, le presenze religiose attorniate per tanto tempo dalle baracche di Santa Passera, la straordinaria (e sconosciuta) rete delle catacombe di Generosa.

Anche di questo è fatta Roma. Essersene dimenticati, non può spingerci a continuare a farlo. Martini le ha volute chiamare Mirabili Presenze. Guido dell’Aquila, che del libro ha fatto una preziosa prefazione, ci indica che “è bene non dimenticare”. Non è il caso di andare a vedere che sta succedendo ad ovest?

Abitare Roma: le parole per dirlo

" Antonello Sotgia. Architetto. Convinto che la ""città è opera collettiva per eccellenza"", non riesce a darsi una ragione del perché si permetta alla rendita dei ""pochi"" di cancellare l'abitare dei ""molti"". "

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