Abitare Roma: le parole per dirlo

Abitare Roma: le parole per dirlo

Correre per uno stadio di calcio

Che le città siano in gara le une contro le altre non è una novità.  Si tirano a lucido per accaparrarsi la realizzazione di “grandi eventi” senza stare troppo a  preoccuparsi di cosa fare quando questi saranno terminati. Quando, con la chiusura dei cancelli (materiali e immateriali), si aprirà la questione del tirarsi fuori dal gorgo dei debiti dei conti che non tornano mai. Atene fissa, al risultato economico  disastroso dell’organizzazione delle Olimpiadi,  l’inizio della crisi che la ha messa in ginocchio.

Spostiamoci a casa nostra. Il trovare in internet offerte stracciate sui biglietti d’ingresso all’EXPO 2015 sembra mostrare l’esistenza di  una certa apprensione tra gli amministratori milanesi. Il costo di costruzione dei padiglioni è valutato, al netto delle infrastrutture di contorno che pesano per oltre 9 miliardi di euro, per ora intorno al miliardo e 300milioni. L’asta per la vendita, al termine della manifestazione  delle aree dove il mondo si interrogherà, lungo il nuovo cardo e decumano lombardo, di come nutrire il pianeta,  è andata deserta.

Nelle più rosee delle previsioni con la vendita dei biglietti si potranno tirar fuori 800 milioni di euro. C’è di che tremare. Un bagno. Anche con il lavoro volontario  e non retribuito dei moltissimi addetti.  E’ di queste ore, tanto per restare in tema, la notizia che  il costo del  padiglione italiano è lievitato di un terzo e  non è ancora finito.

Milano e l’Italia, che soldi non ne hanno, avrebbero potuto tirarsi indietro. Non lo hanno fatto, hanno costruito la propria candidatura impastandola sul debito, a vantaggio delle banche e non dei cittadini; sulla precarietà: rendere competitivo il paese e sfruttando i giovani precari; sulla speculazione fondiaria a vantaggio dei soliti energumeni del cemento.  Succede quando si è disperati. Aggiungere al torto alla città rappresentato dall’insensato consumo di suolo, quello rappresentato dall’offerta di lavoro gratuito  ai giovani non fa la ragione dell’avvenimento.  Torti che, anche sommati, non fanno la ragione di quella città.

Quando  a mettersi in vetrina è un paese ricco, anzi ricchissimo, le cose cambiano.  Non si tengono in considerazioni bilanci. Non si tiene in considerazione la vita umana. Chi lavora, per pochi spiccioli, lontano dal paese d’origine, in turni di lavoro  e condizioni di vita massacranti, tanto da essere denunciate continuamente da molte organizzazioni umanitarie, è costretto a diventare maratoneta.

Siamo in Qatar , dove nel 2022 si svolgeranno i campionati del mondo di calcio  e, anche se la sua capitale Doha  è già ricca di molte architetture mirabolanti, ha bisogno di costruire eventi sportivi di appoggio. Dopo il tennis e il suo torneo internazionale, cosa meglio di una maratona? Solo che c’è un piccolo problema. Gli abitanti del ricco paese sono pochi. Così  alla corsa mancavano i numeri da rendere l’evento comunicabile  e confrontabile con il mondo.

Come raggiungere il numero record dei 50 mila partecipanti?  E’ il giornale britannico The Telegraph a raccontarcelo. Imponendo a molti di quei lavoratori immigrati (sono un milione e mezzo in totale e almeno mezzo milione il numero di chi lavora alla costruzione degli stadi e di tutto quello che gli sta intorno) di partecipare alla corsa. Così venerdì 27 marzo, molti dei lavoratori asiatici impegnati  nella costruzione degli stadi  sono stati deportati sul nastro stradale, iscritti d’ufficio e spinti a correre. Nepalesi, indiani, bengalesi sotto un caldo infernale costretti ad affrontare la prova.

Non è stato raggiunto il record delle presenze, ma Doha è riuscita a inserire la propria maratona nel circuito mediatico delle città globali. Quelle dove la vita di chi le costruisce  non vale nulla. Dove le vetrine servono a nascondere il  dolore e il sangue di chi è chiamato a  lucidarle. Dove per far mangiare la propria famiglia lasciata in pesi lontani si è costretti  correre. Dove la corsa per la costruzione degli stadi già conta  oltre 1200 vite.

Abitare Roma: le parole per dirlo

" Antonello Sotgia. Architetto. Convinto che la ""città è opera collettiva per eccellenza"", non riesce a darsi una ragione del perché si permetta alla rendita dei ""pochi"" di cancellare l'abitare dei ""molti"". "

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