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"Abitavo in via Rasella: così sono sfuggito al massacro"

Da Roma ad Alatri per sfuggire alle persecuzioni nazifasciste. Il toccante racconto di Luciano e Giovanna

 

“Io abitavo al numero 16 di via Rasella”. Luciano Di Stefano è nato ad Alatri, nella provincia di Frosinone, l’11 Marzo del 1925. Ma da piccolissimo si era trasferito a Roma, perché ai genitori era stato assegnato un portierato nel quartiere Nemorense.

Il giorno dell’attentato, organizzato a poca distanza da Palazzo Tittoni, Luciano era di ritorno nella Capitale. “Mi hanno avvisato in tempo della situazione che c’era a Roma” racconta Luciano davanti le telecamere di Romatoday. Ed è stato grazie a quell’informazione, ottenuta tramite una fidanzatina dell’epoca, se oggi può raccontare i drammatici momenti che portarono all'eccidio delle Fosse Ardeatine. All'altezza del civico 155 di via Rasella il 23 marzo del 1944 venne fatto scoppiare un carrettino bomba da un commando di partigiani. Causò la morte di 33 militari dell'esercito tedesco che, per tutta risposta, decise di organizzare la rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

“Io non lo conoscevo – racconta Giovanna Cerica, classe 24 - Il padre lo mandò ad Alatri per non farlo catturare dai tedeschi. Si nascondeva insieme ad altri in un piano della mia casa”. In quel modo Luciano riuscì ad evitare di essere arrestato e giustiziato. Destino invece che fu riservato alle 335 persone i cui resti stono conservati nel sacrario di via Ardeatina. Presero delle persone mentre si stavano facendo la barba” ha ricordato Giovanna. “Io ho tanti amici alle Fosse Ardeatine. Furono presi, portati lì e – ricorda Luciano, con il tono rotto dall’emozione – li anno ammazzati tutti”.
 

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