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"Il mio locale è plastic free, ma Ama non apprezza. Così torno alla plastica per far quadrare i conti"

L’intervista a Luca Di Chiara, titolare di un ristorante completamente “plastic free” costretto a fare marcia indietro per i costi: “Ama dovrebbe riconoscere gli sforzi per l’ambiente”

 

Vaschette contenitori di pietanze biodegradabili, posate fatte in mais e contenitori in cartone riciclato. Ci sono perfino bicchieri che sembrano di plastica, ma non lo sono. Siamo da Gastrotheca, locale con servizio da asporto di viale Regina Margherita, zona Nomentano, nato due anni fa con l’idea di utilizzare solo materiali bio. Zero plastica, soprattutto la monouso: “Ed invece eccola qui, una forchetta di plastica che entra nel mio ristorante dopo due anni - racconta Luca Di Chiara, titolare di Gastrotheca -, il problema è nei costi che sono del 40% in più. Dovrei aumentare il prezzo dei menù ma è una scelta che proprio non vorrei fare”.

Un approccio ambientalista che Luca ha acquisito in molti anni di lavoro all’estero: “Li tutti usano materiale bio - spiega -, ma purtroppo Roma, come l’Italia intera, su questo è molto indietro”. Un concetto, quello del “plastic free” di cui solo recentemente si parla, anche a livello amministrativo, nella Capitale. E se da un lato la sindaca di Roma, Virginia Raggi, annuncia l’intenzione di portare Roma in quella direzione, dall’altro gli esercenti che già applicano questa filosofia vengono sostanzialmente lasciati soli, tra i costi esorbitanti: “Io non chiedo contributi o sovvenzioni di nessun genere - conclude Luca Di Chiara -, tutto quello che vedi qui si smaltisce in organico, in minima parte gli altri rifiuti. Non credo sia quindi corretto che io paghi Ama allo stesso modo di un esercizio che invece produce molti più rifiuti di me”.

Quel concetto di bolletta puntuale di cui tanto si parla, ma che nessuno ha ancora mai visto. E con commercianti virtuosi costretti a fare marcia indietro.

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