Fase 2, operatori sociali in prima linea per aiutare le fragilità. L'appello: "Serve un piano, non ne usciremo presto"

Intervista a Beatrice Catallo, coordinatrice del sostegno sociale e pasti a domicilio per la Cooperativa Sociale Ambiente e Lavoro Onlus (CoopAeL)

Richieste di aiuto raddoppiate e nuove categorie di utenza che prima non avevano bisogno di sostegno. Dai servizi a domicilio ai pacchi alimentari i servizi sul territorio sono stati i primi ad accorgersi degli impatti dell’emergenza Coronavirus. “I servizi sociali in questo periodo hanno rappresentato un vero e proprio osservatorio per delineare i bisogni delle categorie più fragili”, spiega Beatrice Catallo, coordinatrice del servizio di sostegno sociale e di quello dei pasti a domicilio per la Cooperativa Sociale Ambiente e Lavoro Onlus (CoopAeL), attiva dal 2009 nell’erogazione di una serie di servizi sociali e assistenziali del Comune di Roma in molti municipi, dall’assistenza domiciliare ai centri di accoglienza per senza tetto passando per le mense.

Fin da marzo abbiamo assistito a un aumento delle richieste di aiuto sia da parte degli assistenti comunali nel segnalarci i casi da seguire sia direttamente degli utenti che accedono ai nostri servizi. Si è trattato di un aumento quantitativo ma anche qualitativo”. I numeri registrati dalla cooperativa sono, di fatto, raddoppiati. Nel periodo dell’emergenza sono stati 5mila i pasti a domicilio. Le consegne di pacchi alimentari sono cresciute a 150, “servizio che ha sostituito l’emporio solidale che abbiamo nel III municipio e che nel periodo della quarantena è stato chiuso”. Anche la mensa sociale, che si trova nel III municipio, in zona Val Melaina, ha registrato un incremento: da circa 130 pasti al giorno le persone iscritte sono diventate 300. “Anche in questo caso, non potendo accogliere gli utenti nei locali della mensa, l’offerta è stata rimodulata con l’asporto”.

I numeri da soli non bastano, però, a raccontare quanto sta accadendo. “In queste settimane hanno fatto richiesta di sostegno tantissime persone che hanno perso il lavoro e che per questo non sono più riuscite a comprare nemmeno da mangiare. Si sono rivolti a noi per i pacchi alimentari ma anche per un aiuto nella ricerca di un lavoro, anche se non rientra nelle nostre competenze. Abbiamo rilevato un aumento dei nuclei familiari bisognosi e un cambiamento nelle nazionalità. Per esempio è cresciuto il numero di filippini e perivuani che prima accedevano in maniera minoritaria alla mensa e che a causa della perdita dell’impiego si sono ritrovati in questa situazione”.

Tra le tipologie che più hanno avuto bisogno di aiuti, rileva ancora Catallo, ci sono gli anziani. “In questo caso non è stato solo un mutamento della condizione economica ad allargare la platea di quanti necessitano di un aiuto ma l’impossibilità di spostarsi da casa e il fatto di non poter più contare sulla rete familiare o di conoscenze nell’adempimento delle necessità quotidiane. Non dobbiamo dimenticare che la povertà non è solo economica ma anche relazionale. L’emergenza Coronavirus ha tolto a molte persone sole i punti di riferimento, ha spezzato legami. A riguardo, per esempio, è esploso il fenomeno del cosiddetto barbonismo domestico, per gli anziani ma anche per i giovani. Persone che vivono in una condizione di isolamento nei confronti del mondo esterno”. Tra i nuovi servizi inaugurati proprio durante l’emergenza c’è infatti il sostegno psicosociale telefonico, “che funziona sia come punto di orientamento per i servizi territoriali sia come sportello di ascolto per dare risposte alle necessità relazionali di molte persone che sono rimaste sole”.

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L’emergenza coronavirus ha creato quindi un’impennata delle situazioni di difficoltà economica e sociale che si è registrata in poco tempo. Per Catallo, però, “questa situazione non passerà con la fase 2. Quando si interviene in casi difficili non bastano progetti di tre o di sei mesi per cambiare la situazione. Abbiamo provato a dare una risposta all’emergenza ma ora serve una visione di lungo periodo”
 

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