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Si fa presto a dire "plastic free": alla scoperta della filiera delle bioplastiche, dove una forchetta diventa compost

La filiera delle stoviglie compostabili e biodegradabili, approdate ormai anche nella grande distribuzione e che si smaltiscono con gli scarti alimentari

 

Di cosa sono fatte? Perché si possono smaltire con gli scarti alimentari, e quindi nell’umido? Arriveranno mai un giorno a sostituire del tutto gli oggetti monouso di plastica tradizionale? Dal produttore al consumatore, raccontiamo cosa c’è dietro la costruzione delle stoviglie biodegradabili e compostabili. Una filiera che racconta la grande opportunità economica e di innovazione tecnologica. Oltre ai benefici ambientale, naturalmente.

Tutto parte dai biopolimeri, la materia prima con cui vengono costruite le stoviglie, e che sono il frutto delle ricerche scientifiche partite già a fine anni '90: un materiale prodotto da fonti rinnovabili (quale l’amido di mais o patata, ad esempio) capace di diventare compost entro 90 giorni negli impianti industriali di compostaggio. Quindi, con gli scarti alimentari che ognuno di noi produce in casa e che, secondo i principi della raccolta differenziata dei rifiuti, vanno smaltiti con l’umido.

A seguire l’evoluzione della filiera italiana, leader a livello mondiale per produzione di bioplastiche compostabili, l’associazione di categoria AssoBioplastiche (che conta 49 soci tra produttori, trasformatori e aderenti), diretta da Carmine Pagnozzi: “L’uso della plastica monouso costituisce un problema, e noi con il nostro lavoro offriamo soluzioni, alternative - spiega Pagnozzi -. Non tocca a noi stabilire la sostituzione della plastica tradizionale con quella compostabile, con un rapporto uno a uno che tra l’altro che non risolverebbe il problema sotto il profilo ambientale, ma la sfida è quella di dare maggiore consapevolezza al cittadino. Il giusto smaltimento di un elemento, è la soluzione”. E per arrivare al consumatore finale, la grande distribuzione sta facendo la sua parte. Tra i grandi marchi che hanno deciso di avviare questo percorso, c’è Lidl. Dallo scorso mese di luglio nei suoi oltre 600 punti vendita in tutta Italia, la plastica monouso tradizionale è stata totalmente sostituita con quella biodegradabile e compostabile: “Questo è il primo passo verso l’obbiettivo di riduzione del 25%, entro il 2025, che ci siamo prefissato - dice Luigi Salemme, coordinatore regionale vendite per Lidl Italia -. Posso dire con piacere che questi articoli vengono accolti positivamente dai clienti, in linea con la necessità di condurre una vita più sostenibile”.

Ma per osservare come avviene la creazione di questi nuovi prodotto, dai granuli di biopolimeri a cucchiai e forchette, bisogna entrare dentro lo stabilimento della Ecozema, nel vicentino. Un’azienda che è riuscita a convertire il proprio Know how nella fabbricazione delle mollette in plastica in articoli monouso in Matter B, compostabili. “Siamo stati i primi al mondo, nel 2005, a ricevere la certificazione EN 13:432, che dice come deve essere fatto un oggetto per essere buttato via con i rifiuti organici, perchè in 90 giorni diventa compost - racconta Armido Manara, amministratore delegato di Ecozema -. Per noi una conferma importante, che si aggiuge all’esperienza avuta con le olimpiadi di Londra e all’Expo di Milano, dove abbiamo fornito milioni di posate compostobaili”.

Questo rappresenta davvero futuro? E se la concorrenza con la plastica tradizionale sembra dare poche chance a chi sceglie di adoperare queste stoviglie anche per la propria attività commerciale, come racconta il ristoratore romano Luca Di Chiara, l’Unione europea sembra aver fatto un primo grande passo verso la riduzione della vendita e utilizzo della plastica. Con la direttiva europea 904/2019, conosciuta con il nome di Sup (Sistem use plastic) Bruxells ha stilato una lista di materiali in plastica per cui è indicata l'obbligatoria riduzione. Tra essi, gli articoli monouso: “Dovrà essere il Ministero a indicare in che modo apportare tale riduzione - spiega Manara -, noi crediamo che le bioplastiche non debbano farne parte, ma solo quegli elementi di cui non si può controllare lo smaltimento”.

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