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Piano di zona Monte Stallonara, rifiuti interrati e case 'da affittare' messe in vendita

Ancora oggi, a ormai oltre dieci anni di distanza dai primi trasferimenti, il quartiere è privo di servizi essenziali come strade asfaltate e le abitazioni non hanno l’agibilità

 

Monte Stallonara è un piano di zona che sorge lungo via della Pisana, non molto distante dalla discarica di Malagrotta. È stato costruito da una trentina di operatori tra società private e cooperative. Ancora oggi, a ormai oltre dieci anni di distanza dai primi trasferimenti, il quartiere è privo di servizi essenziali come strade asfaltate e le abitazioni non hanno l’agibilità. Monica vive in una palazzina realizzata con un bando regionale del 2003 in base ad un decreto ministeriale chiamato ‘20mila alloggi in affitto’. Monica, però, non ha mai pagato l’affitto per questa casa. Pensava di comprarla. Ad oggi ha versato oltre 100mila euro e per terminare di pagarla gliene mancano almeno altrettanti.

Nel marzo del 2007 ha firmato un ‘patto di futura assegnazione in locazione permanente’ con la cooperativa Monte Stallonara che aveva sottoscritto un preliminare per l’acquisto di 76 immobili da tre cooperative vincitrici del bando (Il Nido, la Acli Castelli Romani Seconda e la Acli Castelli Romani Terza) per un totale di 3 milioni e mezzo di euro. Al netto del contributo pubblico pari a 58mila euro, si legge nel contratto stipulato, l’immobile doveva costare 156 mila euro. Cifra che, nel maggio del 2016, aggiungendo spese accessorie, tasse e interessi è cresciuta fino a 220mila euro. “Ne ho versati circa la metà ma ho già superato il costo di costruzione previsto dalla Regione pari a circa 90mila euro”, denuncia Monica. “Se ho avuto accesso all'edilizia agevolata è perché presento determinati requisiti e non potevo contrarre un mutuo privato. Perché allora pagare così tanto?”.

La modalità di assegnazione di queste palazzine è finita sotto la lente della magistratura. Per sei ex membri dei consigli di amministrazione delle cooperative coinvolte è stato chiesto il rinvio a giudizio per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Con loro, accusati di abuso d’ufficio, ci sono anche un ex dirigente e un ex funzionario del Comune. Tra gli indagati c’è Gina Giuliani, ex presidente delle cooperative Acli Castelli Romani Seconda e Il Nido, che precisa: “Il prezzo di costruzione previsto dalla Regione era solo una stima iniziale. Noi dovevamo applicare i prezzi massimi di cessione approvati dal Comune”. In quanto ai costi aggiuntivi: “Si tratta degli interessi da versare alla banca e delle spese accessorie necessarie per il funzionamento della cooperativa e per l’assistenza amministrativa, contabile e legale”. Ma perché queste case non sono state affittate? “Se il costo di costruzione è di 14 milioni di euro e la Regione ha coperto 3 milioni e mezzo doveva esserci per forza un intervento delle banche e dei soci della cooperativa”, replica.

Per raccontare fino in fondo il ‘caso’ Monte Stallonara però manca ancora un tassello. Una parte di questo quartiere, infatti, potrebbe essere stata realizzata sopra una vecchia discarica abusiva di rifiuti. Ad agosto del 2019 il terreno che sorge di fronte a queste abitazioni è bruciato per giorni sprigionando nell’aria, raccontano i residenti, un forte odore di plastica incendiata. Due anni prima, nel 2017, uno scavo per la realizzazione delle fogne ha portato alla luce strati di rifiuti interrati. A individuare il terreno su cui costruire è stato il Comune di Roma con una delibera approvata dal Consiglio nel luglio del 2003. Solo due anni dopo, nel novembre del 2005, è stato necessario votare un secondo provvedimento per spostare l’area individuata per le edificazioni. Il motivo: “Nel corso della prima fase di attuazione del piano […] è emersa, in taluni comparti una situazione anteriormente completamente ignorata, riguardante la presenza in sito di una antica discarica di rifiuti solidi urbani”.

La situazione, in realtà, era nota da tempo. Lo spiega la perizia richiesta dal pm Alberto Galanti nell’ambito del procedimento penale in corso in merito alla costruzione delle tre palazzine. Uno studio pubblicato nel 1990 dal Consiglio nazionale di ricerca testimonia come in quella zona le cave siano state usate come vere e proprie discariche fin dagli anni '50. Si legge nella perizia: “La pubblicazione è corredata da dettagliata cartografia in cui sono individuate le discariche rilevate nel 1990, quindi ben prima della scelta di adibire l'area per la realizzazione del piano di zona”. Il permesso a costruire viene rilasciato nell’aprile del 2006. A riguardo l’architetto che ha redatto la perizia scrive: “Il rilascio dei permessi di costruire è avvenuto in tempi ristrettissimi […] in mancanza di indagini puntuali su tutta l'area di estensione del piano di zona per la verifica di esistenza di discariche, nelle more della necessaria bonifica dei siti (ancora non eseguita), al solo scopo di rispettare la tempistica imposta […] e quindi non perdere i finanziamenti regionali”.

La risposta di Comune e Regione, che oltre ad aver erogato finanziamenti e assegnato terreni, avrebbero dovuto controllare il rispetto delle convenzioni sottoscritte, arriva a quasi dieci anni dal trasferimento dei residenti. Il 20 novembre 2019 il dipartimento Edilizia Sociale del Comune di Roma ha comunicato alle cooperative coinvolte di aver chiuso l’iter per la decadenza della concessione del diritto di superficie. Anche la Regione Lazio il 30 ottobre del 2019 ha comunicato l’intenzione di revocare il finanziamento erogato con il bando. Una volta ottenuto il via libera dall’Aula Giulio Cesare quei terreni, e tutto ciò che è stato costruito sopra, verranno acquisiti al patrimonio capitolino.“Ci sono voluti dieci anni di battaglie per arrivare a far riconoscere il problema”, racconta Monica.

Ad essere intervistato nel video è anche Giammarco che però non ha avuto l’assegnazione da una cooperativa ma da una società privata. Anche la sua casa è stata costruita grazie al bando regionale chiamato ‘20mila alloggi in affitto’. In dieci anni Giammarco ha versato circa 170 mila euro. Avrebbe dovuto pagare 580 euro di affitto mensile per otto anni e poi procedere con l’acquisto. Nel frattempo, da promissario acquirente, ha però già pagato somme per anticipi, migliorie e avanzamento lavori. “Dopo che la banca ha chiuso i conti della ditta costruttrice e a noi è arrivata la richiesta di versare i soldi su un altro conto”, spiega, “ci siamo rifiutati di pagare”. Così dall’aprile del 2019 Giammarco è sotto sfratto. Il 29 novembre 2019 la giunta regionale ha firmato la revoca del finanziamento erogato per aver riscontrato una serie di violazioni tra cui la mancata sottrazione dei soldi pubblici, il ricorso a un’agenzia di intermediazione per reperire conduttori e il non aver comunicato alla regione la stipula di preliminari di compravendita. Con l’obiettivo di mantenere la finalità pubblica dell’immobile finanziamento viene girato al Comune di Roma.

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